Il Vangelo secondo Maria Maddalena

di Chiara Maciocci

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Nel film Maria Maddalena l’acqua del lago di Tiberiade si fa esplicita metafora della tensione tra la morte e la rinascita spirituale del singolo, e ne è riprova il fatto che per tutto il film vediamo Maria (Rooney Mara) galleggiare inerte in essa, fin quando alla fine, dopo aver trovato la sua propria strada, ella non ne emerge con rinnovata energia come creatura nuova.

Una simile tensione la ritroviamo anche incarnata nella figura stessa di Gesù, diviso (nei pensieri di chi lo segue) tra il Gesù profeta del rinnovamento interiore e il Gesù combattente, quest’ultima interpretazione tanto poco condivisa dalla protagonista che ella sente a un certo punto il bisogno di redarguire gli impazienti apostoli e Pietro in primis, i quali sembrano più attenti ai loro piani di insurrezione contro i Romani che alla pratica disinteressata della misericordia verso i deboli e i sofferenti. Maria, ancor più che Gesù stesso, è presentata come il punto di svolta di questa tensione, mostrandosi come l’annunciatrice del Regno di Dio in terra, qui ed ora, davanti agli occhi degli increduli apostoli i quali invece arrivano alla conclusione che Gesù ritornerà un giorno per essere incoronato re del “Nuovo Mondo”. Maria è l’agente della redenzione della concretezza terrena, è colei che cura i malati anche se spacciati e inservibili alla suprema causa celeste, è colei che riconosce l’importanza della sofferenza e della pazienza poiché ha sperimentato il male a cui le false credenze possono portare (è stata quasi affogata dal fratello perché considerata colpevole di portare in grembo il demonio).

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La fede di Maria non va verso superstizioni illusorie ma si rinvigorisce progressivamente nutrendosi dell’amore e delle cure che dedica verso il suo prossimo, e degli insegnamenti di quel suo Rabbi al cui martirio assiste dall’inizio alla fine, senza lasciarlo mai neanche dopo la morte. Ella è colei che per prima lo vede vivo dopo la crocifissione, e colei la cui fede ardente si indirizza infine verso la pace e la concordia terrena tra gli uomini. Maria è il simbolo di quella diversità che non vuole combattere l’ordine costituito né sovvertirlo, ma preferisce trovare un’altra strada per alleviare i mali a cui lei stessa e gli altri sono sempre sottoposti. Ella diviene, con una forzatura interpretativa, e guarda caso ben calzante con l’attuale presente, la paladina delle donne protocristiane, è lei a far presente al Messia l’esclusione di queste dalla fruizione del Vangelo, ed è a lei che esse si rivolgono quando Gesù se ne è andato e Pietro e gli altri apostoli hanno imboccato la strada della rivoluzione.

Rooney Mara, con la sua bellezza aggraziata e il suo candore immacolato, era la scelta perfetta per risollevare con un colossal hollywoodiano una figura che fin dai tempi di Gregorio Magno è stata marchiata dall’etichetta della prostituta fortuitamente redenta da Gesù. Ella appare come la perfetta donna di fede, riservata e nascosta ma intelligente e piena di risorse interiori da esibire. I suoi gesti sono essenziali e i suoi occhi attenti sembrano gli unici a riuscire a comprendere fino in fondo la verità delle parole del Messia; parole queste quasi sussurrate da un Joaquin Phoenix estremamente convincente, attraversato per tutto il film da un sentimento trattenuto e represso che infine si esplica nella sofferenza totalmente umana dei suoi ultimi momenti. Eppure, entrambi gli attori sembrano quasi bloccati da una riverenza fin troppo invadente nell’interpretare personaggi così esemplari come quelli di Gesù di Nazareth e Maria di Magdala, e risulta evidente l’immane sforzo con cui essi misurano con attenzione ogni singola parola o atto nel quasi impossibile intento di portare sullo schermo due individui che si muovono a metà tra l’umano e il divino.

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Molte sono le forzature storiche e interpretative di questo dramma monografico, in una sceneggiatura che, pur dichiarando di non abbracciare alcuna interpretazione teologica, si rivela esplicitamente ideologica: ciò che conta per le due sceneggiatrici Helen Edmundson e Philippa Goslett è far assurgere la figura di Maria Maddalena a emblema di una visione interiorizzante del Cristianesimo delle origini, la quale non può che portare a dare risalto a ogni donna che in quel passato remoto era assoggettata agli uomini suoi familiari: se infatti il regno di Dio è qui ed ora e si dispiega nel nostro modo di guardare le cose, allora le relazioni sociali vengono meno, quantunque non nella realtà almeno nella nostra mente, e le donne allora possono sentirsi libere e forti quasi come lo saranno, o dovrebbero esserlo, nell’età contemporanea. Inoltre, Maria Maddalena è presentata alla fine come una sorta di capo di una frangia femminile della comunità dopo Gesù, accompagnata dalla Maria madre di Gesù e pronta per la sua nuova funzione di alter-ego femminile di un Pietro erroneamente politico.

Il risultato è un film ben diretto da Garth Davis (il regista dell’acclamato Lion – La strada verso casa), ben recitato dai due protagonisti, ben rappresentante la forza piena di risorse delle donne in genere, eppure quasi fastidioso per i suoi intenti così esplicitamente didascalici e il suo insistere così rumorosamente sulla sola protagonista, quella “apostola degli apostoli” che viene messa arbitrariamente in luce (divina) a discapito degli altri figuranti nella storia leggendaria di Gesù di Nazareth.

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