Oscar 2018

di Roberta Lamonica

Migliore film

Si è appena conclusa al Dolby Theatre di Los Angeles la 90ª edizione della cerimonia degli Oscar. A fare gli onori di casa per la seconda volta, il comedian Jimmy Kimmel.

La cerimonia degli Oscar 2018 si è aperta con un omaggio alle passate edizioni in bianco e nero degli Oscar e il passaggio sempre in bianco e nero all’interno del Dolby Theatre, oggi, a sottolineare la voglia di continuità con il grande cinema del passato. La scenografia che si apre all’interno di un diamante grezzo ha evocato la suggestione di voler estrarre il cuore, l’essenza più pura del miglior cinema di oggi. Fin dalle primissime battute, Jimmy Kimmel ha fatto riferimento all’incidente occorso lo scorso anno nel momento della premiazione del miglior film e ha reso subito chiaro che il focus dello show sarebbe stato sui film e i suoi protagonisti. E subito dopo ha fatto esplicito riferimento a Weinstein e alla posizione senza esitazione dell’Academy nei confronti dei fatti che lo riguardano. Tolto il dente, senza troppi orpelli e, a dire il vero, in una cerimonia sotto tono per forza, brio, accuratezza e, a tratti, buon gusto ed eleganza, si è dato inizio alle premiazioni.

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Trionfa Sam Rockwell per la sua potente interpretazione in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri come miglior attore non protagonista. Tutto come da previsione, visto che Sam Rockwell si era già aggiudicato i premi di avvicinamento all’ambita statuetta. Il personaggio sfaccettato e pivotale da lui interpretato nel film di McDonagh, rappresenta a oggi il punto più alto della carriera dell’attore quarantanovenne.

Miglior attrice non protagonista è Allison Janney per il suo ruolo di madre terribile in I, Tonya. Una performance inarrivabile e una vittoria annunciata come quella di Sam Rockwell.

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Le infinite Jane Fonda e Hellen Mirren premiano il miglior attore protagonista: come ampiamente previsto e annunciato, l’Oscar va a Gary Oldman per la sua magistrale interpretazione di Winston Churchill nell’Ora più Buia. La capacità di Oldman di ‘sparire’ come attore nel corso del film e diventare letteralmente il personaggio non ha trovato antagonisti, secondo il giudizio dell’Academy.

Migliore attrice protagonista, Frances McDormand per Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Un’interpretazione inarrivabile per energia e credibilità come quella della sua collega Allison Janney nel ruolo di miglior attrice non protagonista. La rabbia e la voglia di vendetta di una madre nella provincia depressa e dimenticata degli Stati Uniti resterà scolpita nella mente degli spettatori a lungo così come il suo discorso potente e sorprendente che con un vigore e un’intensità che hanno rappresentato il momento più significativo della serata, ha chiamato a raccolta l’esercito femminista di Hollywood. Natural born leader.

Vince l’Oscar come il miglior film straniero in una cinquina davvero interessante, Una Donna Fantastica di Sebastiano Lelio, già elogiato da quella leggenda vivente del cinema mondiale che è Pablo Larrain.

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Emma Stone, vincitrice nell’edizione del 2017 dell’Oscar come miglior attrice protagonista, premia la migliore regia e il vincitore quest’anno è Guillermo del Toro per La Forma dell’Acqua. La capacità di restare candido e innocente nel suo modo di approcciarsi anche alle più orrende verità storiche, fa di Del Toro un regista capace di avere un occhio speciale sulle storie che racconta. Il cineasta messicano apre il suo discorso di ringraziamento dicendo di essere un immigrato e di voler vivere in un modo senza barriere e muri. Evidenti la polemica e il riferimento all’attuale politica della presidenza americana.

L’atto finale di questa 90esima edizione degli Oscar vede nuovamente protagonisti Warren Beatty e Faye Dunaway, colpevoli, loro malgrado, della gaffe che tutti ricordano con l’errore sul titolo del vincitore della statuetta più ambita. Il miglior film di questa edizione degli Oscar 2018 è La Forma dell’Acqua.

Vince la fiaba, il bisogno escapistico, almeno sullo schermo, da una realtà fatta troppo spesso di discriminazione, esclusione, violenza, sopraffazione. La risposta di Hollywood al caso Weinstein è, almeno sulla schermo, la fuga e il messaggio di imparare a convivere con il mostro che è attorno a noi e saperlo riconoscere anche se coperto di orpelli ingannevoli e luccicanti.

La novantesima edizione degli Academy Awards non ha rappresentato in pieno il grande cambiamento che ci si aspettava dopo i fatti che hanno scosso il sistema fin dalle fondamenta. Il focus sull’amore, declinato in tutte le forme, i generi, le nazionalità e i colori è ormai parte dei messaggi della Kermesse da anni. Ciò che ha colpito particolarmente chi scrive è la mancanza di un centro di significato, di un tema che facesse da trait d’union tra i vari passaggi dello show che, tranne per il discorso della McDormand, non è stato portatore di sussulti o moti del cuore.

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Segnaliamo l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale a James Ivory per Chiamami con il Tuo Nome. Alla sceneggiatura ha dato un apporto significativo anche il regista del film, Luca Guadagnino. Una sceneggiatura coraggiosa e che si propone come un inno all’amore senza antagonisti di sorta.

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