D’après une histoire vraie, il risveglio interiore di una scrittrice

di Cristina Peretti

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Polansky, da sempre attratto dal fascino dell’ignoto e dell’oscurità, continua a squarciare il velo che separa il mondo sensibile da quello di “carta”. Nel suo nuovo film, Quello che non so di lei, per la prima volta utilizza come strumento d’indagine della psiche umana un conflitto tra due donne.

L’universo di Polansky non è mai stato governato da regole empiriche, oggettive e razionali. Lo spettatore si trova catapultato in un mondo ambivalente, dove realtà e immaginazione si fondono insieme e non è più possibile percepire i confini spazio-temporali entro i quali inizia una e termina l’altra. A cinque anni di distanza dal suo ipnotico Venere in pelliccia, il regista polacco ci regala un’altra affascinante e intrigante storia ambientata in questo mondo di ambiguità: Quello che non so di lei, D’après une histoire vraie (Tratto da una storia vera) in lingua originale. Basato sull’omonimo romanzo Da una storia vera (2015) di Delphine de Vigan, la rappresentazione cinematografica pur presentandosi come film erotico, finisce col trasformarsi un thriller psicologico, dove vengono passati in rassegna tutti i topoi del regista, divenuti, ormai, dei veri e propri miti polanskiani.

“La cosa che più mi ha attirato, sono stati i personaggi e le situazioni insolite e inquietanti in cui si ritrovano. Si tratta di temi che avevo già affrontato in Cul-de-sac, Repulsione e Rosemary’s baby. E un libro che racconta la storia di un libro e questo per me è molto intrigante. Lo stesso tema de La nona porta e l’uomo nell’ombra. Il libro mi dava la grande opportunità di esplorare la contrapposizione tra due donne”.  Delphine, scrittrice di successo, interpretata da Emmanuelle Seigner, moglie dello stesso Polansky, è vittima di un blocco creativo, causatogli da alcune lettere anonime in cui viene attaccata e criticata, ma tutti aspettano un suo nuovo romanzo. Disperazione e angoscia si impadroniscono di lei. A salvarla, in apparenza, da questa situazione è la seducente Eva Green nei panni di Leila (Elisabeth nella versione originale), una misteriosa ammiratrice, che infiltrandosi sinuosamente nella vita della scrittrice, riesce a dominare la sua mente.

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Tra le due nasce un rapporto ossessivo, morboso e a tratti disturbante, in cui il ruolo di dominatrice e quello di sottomessa è ben delineato fin dalle prime scene. Leila, con una morbosa insistenza, ricordando una versione soft di Misery non deve morire, dove le torture fisiche sono sostituite da quelle psicologiche, sprona Delphine a scrivere il suo “libro nascosto”, un libro in cui finalmente la scrittrice riuscirà a mettersi a nudo, liberandosi da tutte le sue chiusure mentali e le paure che rendono la sua scrittura commerciale e strumentalizzata. Ma come Dicker disse, “Scrivere un libro è come amare qualcuno, può essere doloroso” e Polansky ce lo dimostra: Delphine è in trappola, si muove in uno spazio claustrofobico, in una gabbia sia fisica che mentale, creata da Leila. Ma alla fine riuscirà a liberarsi e a realizzare il desiderio della sua aguzzina, nonché suo stesso obiettivo: scrivere un nuovo romanzo. Ma chi è in realtà Leila? Perché vuole che Delphine si liberi dai suoi stessi demoni e sprigioni finalmente l’essenza della vera scrittrice che è in lei?

Le scene finali ci sconvolgono: Leila sembra non essere mai esistita, nessuno si ricorda di lei, la nostra protagonista sembra essersi risvegliata da uno strano sogno, o forse è meglio definirlo “incubo”? Polansky ancora una volta si è preso gioco di noi. Qual è la verità? L’attraente ammiratrice non è mai esistita? Il dubbio e il sospetto, sentimenti non estranei a chi già è stato vittima delle opere ambigue e incomplete del regista polacco, accompagnati da una sensazione di incompiutezza, si impadroniscono dello spettatore, sommerso da un mare di domande, alle quali non si può e non si vuole dare risposta. “Mi ricorda gli spettacoli di marionette, in cui i bambini erano paralizzati sia dalla paura che dalla felicità allo stesso tempo –l’intrigo svelato sempre, sia che li spaventasse o che se lo aspettassero. Mi diverte ricreare questa sensazione per gli adulti. Spero che anche il pubblico lo trovi gratificante.”. Scene, ambientazioni, personaggi e dialoghi, come in un quadro di Van Gogh, si presentano con contorni netti e definiti, ma come in un incantesimo, il loro significato sfuma e imprigiona lo spettatore in un morboso gioco di specchi tra realtà e immaginazione. Polanski gioca con le paure e fantasmi che si annidano nella psiche umana e le trasporta nel quotidiano, l’inconscio prende vita e i personaggi si trovano di fronte a demoni creati da loro stessi, dai quali non possono più scappare. In un labirinto d’inquietudine e ossessività le nostre protagoniste non sono nient’altro che due facce della stessa medaglia, una la nemesi dell’altra e alla fine si fondono, diventando un unico organismo vivente.

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A volte mi chiedo se la realtà esiste per davvero, se c’è una realtà delle cose obiettiva e intatta o se tutto ciò che ci accade è già modificato in anticipo dalla nostra immaginazione. Se sognando qualcosa gli diamo vita” (Divakaruni)

Follia e razionalità, sogno e incubo, luce e ombra, ma chi rappresenta il bene e chi il male?

Leila strega con lo sguardo, seduce con i suoi modi sinuosi, è il serpente tentatore, ma la tensione erotica viene soffocata da un’angosciante sentimento di inquietudine: ci si aspetta un gesto folle dall’aguzzina, una qualche violenza che giustifichi l’atmosfera cupa e macabra, in cui sono rinchiuse le due donne, ma alla fine è Delphine la vera carnefice di sé stessa. Quello che non so di Lei è un thriller mentale che si consuma in un mondo onirico a metà tra realtà e finzione, un sogno dal quale sia i personaggi sia gli spettatori si sveglieranno storditi. Ogni opera d’arte è frutto di un’ispirazione irrazionale, di una forza inspiegabile che sfugge al controllo dell’artista stesso. “I beni più grandi ci vengono dalla follia, naturalmente data per dono divino” . Platone fa derivare la follia artistica direttamente dalle Muse, che si impossessano del corpo e della mente del poeta e lo guidano nell’analisi profonda degli abissi dell’anima. Non è quello che succede alla nostra protagonista? Leila è la Musa ispiratrice, il demone, che fa cadere Delphine in uno stato di trance, la trasporta in un’altra dimensione, la manipola e dalle tenebre la libera da se stessa, dalle sue insicurezze e dai suoi blocchi mentali. Ora Delphine è pronta di nuovo per il successo.

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