Tisana e sortilegio: Rachel

di Laura Pozzi

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Fra paesaggi incantati strategicamente fatali, una voce fuoricampo pone un inquietante interrogativo su innocenza e colpevolezza. Il riferimento conduce ad una donna misteriosa accusata (forse) avventatamente di essere una spietata manipolatrice accecata di potere. Su questo intrigante incipit prende vita Rachel, pellicola firmata da Roger Michell (Notting Hill, The mother, Le week-end) in uscita nelle sale il 15 marzo che tra i pochi meriti vanta quello di riportare a ruolo di protagonista un’oscura (almeno sulla carta) eppur luminosa Rachel Weisz.

A dire il vero la storia cinematograficamente parlando non rappresenta una novità, dal momento che esiste già una prima versione del 1952 intitolata Mia cugina Rachele con protagonista Olivia De Havilland e un adattamento televisivo del 1983 per la regia di Henry Koster. Il tentativo di aggiornare un’opera che prende spunto dalle seducenti pagine letterarie di Daphne Du Maurier meglio conosciuta come Lady Browning, si rivela fallimentare e non basta ispirarsi o prendere a modello le geniali intuizioni di sir Alfred Hitchcook per rendere efficace una narrazione che dovrebbe puntare tutto su suspence e mistero. Elementi del tutto assenti o vagamente accennati da un regista non particolarmente ad agio con un genere che se condotto con scarso acume e inconsistente padronanza rischia di tramutarsi in un boomerang mortale.

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Ed è quello che accade a Philip Ashley (un imbambolato Sam Claflin) orfano cresciuto amorevolmente dal cugino Ambrose che vede la sua vita messa a soqquadro dall’arrivo di Rachel, moglie di quest’ultimo e presunta responsabile della sua morte prematura. Dapprima odiata e considerata autrice di malefici sortilegi, l’impenetrabile dark lady con il suo fare pacifico e rassicurante non tarderà a risvegliare nel giovane sinistre pulsioni per farlo letteralmente cadere ai suoi piedi. Grazie all’effetto di misteriose tisane che Rachel gli somministra abitualmente il sempre più smarrito Philip si tramuta da acerrimo nemico ad accanito difensore della sua ossessione amorosa con tutte le conseguenze del caso. Il limite principale del film consiste nell’incapacità di spiazzare lo spettatore che si trova sempre in anticipo sulla storia, prevedendo con straordinaria facilità il succedersi degli eventi.

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E non aiuta di certo lasciare un finale aperto per correre ai ripari e far scendere dignitosamente il sipario. Le oscure atmosfere e i magnifici scenari naturali che fanno da sfondo alle titubanti azioni dei protagonisti, non possono compensare la poca incisività di una sceneggiatura piatta e senza mordente più adatta ad un fiction televisiva che ad una trasposizione cinematografica. L’ambiguità che aleggia continuamente su Rachel, ha poco a che vedere con il resto della storia, incapace di trasmettere la minima tensione. Onestamente qui il vero mistero nasce sulla necessità di produrre e realizzare una simile operazione che dispiace dirlo con il cinema non ha nulla da spartire. Nota di merito a Pierfrancesco Favino che paradossalmente risulta essere il personaggio più interessante della storia.

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