La signora delle camelie

di Federico Spinelli

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Partiamo dal pensiero del regista Matteo Tarasco per capire al meglio la messa in scena dell’opera. Egli concepisce il teatro come fosse uno specchio distorto che ha il compito etico di cogliere e riflettere in un’epoca dove la televisione spesso fa da maestra dettando comportamenti, atteggiamento e linguaggi. Questo spettacolo nasce con un’esigenza ben precisa. Avere il coraggio di essere nuovamente eloquenti attribuisce alla parola una potenza che esercita un potere invisibile.

L’obiettivo del regista è stato raggiunto in pieno. La parola deve essere percepita dallo spettatore come azione e quale migliore scelta affinché questo accada se non rendere il più possibile la scena statica?

Infatti la regia incarna l’infausta fissità delle maschere tragiche, dove viene a malapena percepito il contesto quotidiano del tardo ottocento.

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La storia narrata è cupa. Solo nel momento in cui i protagonisti si trasferiscono in campagna si percepisce come se fosse entrato un caldo raggio di sole nella storia, ma non appena rientrano in città questa percezione svanisce in un lampo. Da lì in poi la storia sprofonda ancor di più nel baratro. L’insegnamento che sembra volerci dare la storia è quello che l’amore vince su tutto ma a questo nobile sentimento succede un legame indissolubile, quello economico, l’unico in grado di mescolare tutte le cose è il denaro. Tutti i personaggi sono coinvolti, tutti espiano le proprie colpe in un vortice che non lascia scampo. Il conflitto tra passione e l’implacabilità del destino viene spiegato in modo nitido e chiaro come se fosse una fotografia.

La parola si fa poesia nelle bocche dei due innamorati Margherita, Marianella Bargilli, e Armando Duval, Ruben Rigillo, mentre Prudence, Silvia Siravo, con il suo sguardo cinico e razionale, non ci fai mai perdere di vista quella che è la realtà dei fatti. L’essere umano rinnega tutti i suoi principi davanti al segno di un benessere materiale come nel caso di Monsieur Duval, Carlo Greco, mentre chi è pronto a perdere tutto ciò che di materiale ha guadagnato in cambio dell’amore deve fare i conti con le colpe del passato. Tutto nella storia sembra non andare avanti ma ruota intorno al senso interiore delle scelte fatte dai personaggi.

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L’essenzialità della musica, della scenografia e delle luci si sposa bene con il messaggio che lo spettacolo vuol far passare; inoltre il fumo utilizzato in alcune scene da l’impressione come se la nebbia raffigurasse la confusione che vivono i personaggi.  Per quanto riguarda i costumi, sono stati realizzati dagli studenti del diploma accademico di I livello in Costume & Moda. Questo Final Work, realizzato nella sartoria Farani, ha dato modo ai ragazzi di mettere in pratica tutto quello studiato durante l’arco dei tre anni. Al centro del progetto c’è la valorizzazione dell’artigianalità del mondo del costume, ovvero un ritorno alle vecchie sartorie teatrali.

Non c’è una storia, ma essa deve essere dedotta da espressioni, parole e azioni. La storia è invisibile, frutto di fantasie, di ciò che riusciamo a percepire e far nostro di un determinato evento visto con l’occhio del cuore.

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