Quello che non so di lei: la tragedia dell’identità

di Chiara Maciocci

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L’ultimo lavoro di Roman Polanski riflette su se stesso e sul modo in cui si costituisce un’opera d’arte, indaga quel momento di confusione o stallo in cui realtà e immaginazione si mischiano insieme e all’artista è quasi impossibile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è: Delphine (Emmanuelle Seigner) è una scrittrice di successo, il suo ultimo libro è diventato un best-seller mondiale grazie al racconto di quella che è la storia vera della sua famiglia, e ora è in procinto di scrivere qualcosa di nuovo e preferibilmente irreale, che non abbia a che fare con esperienze da lei vissute in prima persona e che costituisca il risultato della mera creazione finzionale.

Elle (una Eva Green al massimo del suo fascino seduttivo) in qualità di ammiratrice ha altri piani per la scrittrice,  la quale rappresenta per lei un modello irraggiungibile e al contempo un fragile alter ego, da dover spronare verso il suo autentico scopo e proteggere ossessivamente contro distrazioni e fatiche superflue. La relazione tra le due diventerà sempre più morbosa e pervasiva, fino a rappresentare per entrambe un’arma a doppio taglio da poter usare arbitrariamente a seconda delle diverse situazioni.

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Il colore rosso pervade l’atmosfera di questo film crepuscolare, esso è il rosso della sciarpa e delle labbra, dei vestiti e dei capelli, e di quel sangue che mai si vede ma riempie di sé l’atmosfera piovigginosa. La Parigi in cui si compie l’azione è oscura e oscuri sono i suoi abitanti, le sue donne fiere che avanzano in metro e in macchina, o a piedi da un appartamento a quello appena di fronte. In questa oscurità avanza, prima nella incertezza più tendente alla malattia, poi nella risoluzione più spietata e senza scrupoli, Delphine, colei che vuole scrivere ma non ci riesce, e che poi ci riesce ma a danno della finzione a cui si era diligentemente votata. Allora e solo in quel momento Elle diviene per lei una risorsa letteraria ineguagliabile, una risorsa umana da dover conservare vicina a tutti i costi, a dispetto del carattere volutamente falso in cui si svolge la loro relazione. Il mondo di Elle diventa quella realtà da cui Delphine voleva scappare e che infine ritrova sottoforma di una dolce illusione, pura fantasia di sogno in cui la donna dapprima temuta si trasforma attraverso la mente della scrittrice in uno scrigno di racconti e parole da dover saccheggiare con la massima attenzione possibile; eppure alla fine, Delphine dovrà fare i conti con ciò che si nasconde dietro il velo, e cioè che la connessione venutasi a creare tra le due ha in realtà i tratti di una vera e propria fusione, un nucleo omogeneo in cui le due non riescono più a distinguersi nelle loro singole identità. Polanski porta dunque in scena la tragedia dell’identità, il dramma dell’interscambiabilità dei ruoli che aggiunge al genere thriller quell’epiteto tanto comprensibile quanto intrinsecamente oscuro che è il termine “psicologico”. Elle e Delphine entrano in una danza di anime in cui la differenza è tolta e l’individualità viene a mancare, in cui i capelli delle due diventano progressivamente dello stesso colore e allo stesso modo si armonizzano i loro intenti, e l’opera che ne viene fuori mantiene nella sua forma la stessa confusione che deriva dal suo contenuto volutamente ambiguo.

Pertanto, sebbene un libro venga di fatto pubblicato, quindi un’opera di fatto computa, ciò che aleggia durante tutto il film è un sentore di incompiutezza che, pur annunciandosi nella sua voluta  programmaticità, invece di tenerci sospesi fino alla fine piuttosto ci infastidisce per la sua inconcludenza ostentata: la storia della commistione tra le due donne è una storia mozzata che si lancia in avanti verso picchi di apocalittica tensione, e poi scende di nuovo improvvisamente, quasi come se nulla fosse mai accaduto.

Delphine ha il blocco dello scrittore e lo stesso si potrebbe dire di Polanski, la cui macchina da presa incede a stento, indugia e non si affretta verso quel momento finale che ci si aspetta debba mostrarsi rivelativo, svelando quella verità che il regista però sembra credere non possa darsi a persona alcuna. La verità quindi ci viene sottratta tra sguardi minacciosi e fughe di paura, al punto che infine smettiamo di chiederci chi sia Elle e ci sottomettiamo completamene a una trama che si esplica trattenendosi, si offre nascondendosi, si dispiega coprendosi.

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La sceneggiatura è di Olivier Assayas, regista con due lavori alle spalle (Sils Maria e Personal Shopper) incentrati esclusivamente su donne misteriose, angosciate, annoiate, malvagie, speranzose, impaurite, infine forti pur nella debolezza in cui respirano, risolute pur nelle loro movenze lente e incespicanti. In questo caso egli non appare del tutto convincente: i gesti e gli sguardi di Eva Green parlano più della scrittura del suo personaggio, mentre Emmanuelle Seigner sembra non reciti neppure nel totale disordine mentale in cui si aggira dall’inizio alla fine del film. Forse lo srotolarsi progressivo della trama ha preso il sopravvento sulla caratterizzazione di quelli che dovrebbero restare, pur nel caos dell’indistinzione, personaggi veri e propri, e forse la sceneggiatura subisce l’influsso di una regia che si sviluppa nell’incertezza di quelle che sono le sue intenzioni finali; incertezza, come già detto, chiaramente desiderata, in quanto giustificata dalla convinzione degli autori che un momento finale chiarificatore non possa essere conquistato, anche se a discapito della qualità del lavoro realizzato: il finale si chiude su un momento simile a quello presentato nella scena iniziale del film, ribadendo ancora una volta quella struttura circolare e identica che è caratteristica essenziale dell’intero film; eppure, è proprio in quegli stessi tratti di circolarità ed eguaglianza esasperate che lo spettatore avverte un senso inesorabile di vuota piattezza, che il finale, invece di scacciare, non fa altro che ribadire.

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