L’isola dei cani: un nuovo ritmo per Wes Anderson

di Valerio Serafini

isoladeicani_outoutmagazine1.JPG

L’isola dei cani di Wes Anderson è il secondo film d’animazione in stop motion del regista statunitense, e racconta di un futuro in cui una cittadina giapponese decide di interdire i cani dal centro abitato per relegarli in un’isola di rifiuti.

Il pretesto per rompere la quiete, raggiunta non senza difficoltà tra uomini e cani, lo trova il sindaco di Megasaki nella presunta incurabilità dell’influenza di cui i quadrupedi sono portatori e per cui andrebbero deportati. A questo punto il nipote adottivo del sindaco, Atari Kobayashi, intendendo salvare Spots, il suo cane da guardia, dirotta un aereo e precipita, letteralmente, sull’isola. Qui il giovane viene aiutato nella disperata ricerca da un gruppo altamente democratico di cani, convinti fino al ridicolo nell’uso della votazione per alzata di mano prima di assumere qualsiasi decisione. Contro l’unica resistenza di Capo, il cane a cui presta la voce l’attore di Breaking Bad Bryan Cranston, la comitiva inizia l’operazione di salvataggio del cane disperso. Quella di Cranston è solo una delle celebri voci che udiamo durante il film insieme, ad esempio, a quelle di Edward Norton (Rex), Bill Murray (Boss) e Scarlett Johansson (Nutmeg).

isoladeicani_outoutmagazine2.JPG

Diversamente dai precedenti film di Anderson, quest’ultimo lavoro pare avere maggiore consistenza, a partire dai movimenti fermi e decisi dei personaggi fino ad arrivare a una struttura temporale ciclica creata tramite l’utilizzo di alcuni flashback. Questa falsa compattezza, smentita dalla troppa facilità con cui scorre la trama verso una fine determinata, è contraria alla macchinosità e frammentarietà presente in film come Rushmore del 1998, oppure Le avventure acquatiche di Steve Zissou del 2004, che però godono entrambi, e fanno godere lo spettatore, di una leggerezza restituita proprio grazie a questa pesantezza pervasiva dei gesti dei protagonisti. Insomma, l’ultimo film del regista e sceneggiatore statunitense fa sfoggio di una ritrovata fluidità che resta però schiacciata nel costrutto finale da quella solidità solitamente antipatica allo stesso regista e a noi, che per questo film ci aspettavamo, viziati da Anderson che fino ad oggi ci aveva sempre esauditi, una melanconia da irridere e in cui immergerci per la prima volta solo nel finale.

L’insostenibile situazione reale invade oramai la sfera creativa di molti registi che si esplicitano sempre di più. Se, come afferma lui stesso alla presentazione del film al Festival di Berlino, la figura del sindaco che usa e abusa della facciata del sistema elettorale democratico era già nel progetto del film in tempi non sospetti, Anderson concede che la realtà durante le riprese del film si è adattata ad esso. Ciononostante L’isola dei cani, invecchiato per quanto riguarda la riuscita degli intenti e ringiovanito nelle mosse rispetto ai lungometraggi che lo precedono, è un film simpatico che non tradisce l’originalità di Wes Anderson e che anzi mette in luce ancora di più il suo stile e la sua visione generali.

One thought on “L’isola dei cani: un nuovo ritmo per Wes Anderson”

Rispondi