The Disaster Artist: ode e non elegia di un fallimento artistico

di Roberta Lamonica

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Basato sull’omonimo libro pubblicato da Greg Sestero e Tom Bissell, The Disaster Artist di James Franco è la celebrazione di The Room, film del 2003 di Tommy Wiseau. Universalmente riconosciuto come uno dei peggiori film che siano mai apparsi sul grande schermo – è stato definito Il Quarto Potere dei film brutti — la storia del making of di questo film ha fornito il materiale per il biopic di Franco che ha ben figurato nella trascorsa stagione degli awards.

Dispiace molto l’esclusione di James Franco dalle nominations agli Oscar per il ruolo di migliore attore protagonista. Verosimilmente la stessa si inserisce nel contesto delle accuse di molestie sessuali mossegli da diverse attrici subito dopo il riconoscimento come miglior attore in una commedia ai Golden Globe e sull’onda dei movimenti #Metoo e ‘Time’s up’. La sua presenza tra i nominati avrebbe rappresentato una scelta interessante e giusta. Peccato.

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Iniziamo col dire che The Disaster Artist è un gran bel lavoro.

James Franco dirige il suo film con mano leggera ma grande rigore filologico e strizza l’occhio a una delle sue grandi passioni: il trash della commedia demenziale. Nel film recita il ruolo del protagonista, Tommy Wiseau, un misterioso e sedicente autore che stringe un’amicizia profonda e a tratti morbosa con un giovane e inesperto attore, Greg Sestero (Dave Franco). Trasferitisi entrambi a Los Angeles in cerca di fortuna, Tommy convince tutti quelli che incontra a imbarcarsi nella realizzazione di un film semi autobiografico di cui egli stesso ha scritto la bislacca sceneggiatura. Il risultato è un film indipendente dal budget esagerato che fa un enorme flop all’uscita con feroci stroncature da parte di pubblico e critica. Ciò non ferma l’invasato Wiseau che si scrolla di dosso tutte le recensioni negative e continua a promuovere il suo film (senza mai rendere noto da dove provenga il denaro con cui lo ha realizzato) anche attraverso un manifesto promozionale che incombe su Los Angeles come un terrificante memento e che sfuma in connotati meno inquietanti solo quando miracolosamente trova il proprio pubblico.

Oggi The Room è un cult con una programmazione costante nelle sale di mezzanotte e buoni risultati di vendita negli home video.

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“Just because you want it doesn’t mean it’s gonna happen.”, così un produttore hollywoodiano (Judd Apatow!) risponde a un Wiseau che recita Shakespeare in preda a un raptus, deciso a farsi notare dall’industria del cinema a ogni costo. Tommy non ha talento, non ha modi, ha un accento improbabile e dei comportamenti bizzarri. Sarebbe stato facile per gli sceneggiatori (Scott Neustadter e Michael H. Weber) e per Franco ridicolizzare Wiseau data la sua eclatante stranezza. Per tutte le sue bizzarrie sarebbe stato facile anche dimenticare che dietro la realizzazione di The Room c’è comunque il sogno di un uomo appassionato. E invece James Franco si cuce addosso con cura certosina il goffo aspetto esteriore di Tommy Wiseau ma anche il suo fragile mondo interiore. Nel film si fa spesso riferimento al suo aspetto grottesco. In un punto del film un direttore del casting gli dice che con la sua faccia potrebbe fare solo ruoli da villain e la sua stessa troupe non gli risparmia commenti e frecciate.

Quasi a compensazione di ciò, Franco dona a Wiseau una personalità straordinaria e ne loda la persistenza e lo sforzo. Il ritratto che emerge è quello compassionevole e solidale di un uomo che ha creduto in se stesso con forza e tenacia a dispetto di tutto. L’interpretazione di Franco fa sì che si provi empatia nei confronti di questo personaggio incredibile, dettaglio non trascurabile se si considera che il comportamento che Wiseau tiene con tutti, per tutta la durata del film, non è molto dissimile da quello del villain di un qualunque romanzo ottocentesco.

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Eppure Tommy Wiseau è essenzialmente un uomo molto solo, che regala i suoi balocchi (il suo denaro, il suo film) in cambio di un amico con cui giocare a football in un prato. Egli ammette candidamente di non essere mai andato a Los Angeles prima perché “non avevo alcun amico con cui andare”. E per avere questo amico, qualcuno con cui condividere il sogno è disposto a tutto, anche al fallimento, più o meno consapevole.

The Disaster Artist tesse le lodi di un fallimento e forse questa scelta da parte di Franco non è del tutto casuale.

James Franco è un artista poliedrico ed eclettico: scrive, insegna all’università, dirige, dipinge, fa lo scultore e l’attore da Oscar. Forse proprio per questo la sua visione personale e assolutamente originale ancora non trova una collocazione precisa nel sistema hollywoodiano.

In quest’ottica si potrebbe considerare la sua prova in The Disaster Artist come una sorta di monito. James Franco fa un ritratto di Tommy Wiseau come un uomo incompreso ma intimamente coerente e sdogana questa posizione con tale convinzione da fondersi letteralmente con il personaggio. ‘Attenzione a stroncare i tentativi artistici indipendenti all’interno di un sistema che si fonda quasi interamente su motivazioni di botteghino e di gusto di massa’, sembra voler dire Franco.

E quindi fa The Disaster Artist che è un film che omaggia un brutto film. Un film sul fallimento di un progetto artistico. Film come The Room attirano il pubblico perché sono emblemi di uno sforzo artistico finito male. Si può anche sadicamente godere del fallimento del progetto di qualcuno ma non è questo il caso. L’omaggio sincero e non paternalistico di James Franco a The Room è interamente mosso dall’onestà dello sforzo artistico inteso come grimaldello per entrare in contatto con il fruitore ultimo del prodotto di quello sforzo: il pubblico.

Wiseau ha realizzato il suo sogno. Ha fallito e miracolosamente si è rialzato. James Franco gli dedica un’ode e noi tutti la ascoltiamo con rispetto. Un’ode a un progetto pieno di passione da parte di un artista pieno di passione.

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