Il Filo Nascosto: l’amore ha il sapore di un’omelette ai funghi

di Roberta Lamonica

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Un silenzio innaturale, un uomo che legge, una donna in cucina intenta a preparare un’omelette ai funghi. Li ha raccolti ella stessa; li ha nettati, delicatamente asciugati ma poi tagliati a pezzi grossolani. La macchina da presa indugia sui gesti deliberatamente lenti della donna, sui dettagli: la padella, il burro, un’altra volta il burro e poi i funghi che appassiscono e dopo rinvengono nel grasso che li avvolge… e infine le uova, versate dall’alto così da prolungare il momento in cui si tuffano nella padella e abbracciano i funghi unti di piacere. L’uomo guarda la donna. Intensamente. La donna gli serve l’omelette e lui ne mangia un boccone e si arrende a lei e all’incantesimo del suo piatto.

Questa è l’immagine che per noi meglio descrive uno dei film più acclamati del 2017, Il Filo Nascosto (The Phantom Thread), ultima fatica di Paul Thomas Anderson, candidato a 6 premi Oscar tra cui quello per il miglior attore protagonista a un immenso Daniel Day-Lewis alla sua prova d’addio, pare.

Se è vero che tutta la produzione cinematografica di Anderson è percorsa da una certa urgenza, brama o fame di qualcosa, che sia fame di successo come in Boogie Nights o brama di lasciare un retaggio come in The Master o il Petroliere, ne Il Filo Nascosto la fame d’amore prende la forma di una bulimia irrefrenabile.

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All’inizio del film Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis), famoso couturier nella Londra degli anni ‘50, è intento a consumare la sua colazione nel piccolo soggiorno dell’elegante abitazione che funge anche da laboratorio sartoriale e che condivide con la onnipresente e granitica sorella Cyril (una bravissima Lesley Manville). Il modo in cui mangia e in cui si sviluppa la scena, definiscono immediatamente i tratti salienti del carattere di Woodcock: è esclusivo e raffinato (beve solo the lapsang); è nevrotico, dispotico e maniacale (non tollera di essere disturbato mentre organizza il suo lavoro durante la colazione); è freddo e anaffettivo e perfino crudele (liquida con altezzoso disdegno la donna con cui al momento ha un legame sentimentale). In questo contesto rigido e claustrofobico viene segnata marcatamente la distinzione tra la sua sfera privata e quella pubblica. Al silenzio assordante e imbarazzato del piccolo parlour in cui Reynolds consuma i suoi pasti domestici, fa da contraltare la luminosa e gaia atmosfera, bianca di luce e tessuti, del laboratorio della Maison Woodcock che si trova solo qualche gradino più in su ed è affollata di operose sarte, modiste e ricamatrici. E’ questo il palcoscenico di Reynolds, dove in parte riesce a tenere sotto controllo la sua intimità inesplorabile, il suo insaziabile appetito, la sua fame.

Poche scene dopo lo si trova nuovamente al tavolo di un ristorante sul mare, poco fuori città. Reynolds resta colpito da una giovane e non particolarmente avvenente cameriera, Alma (Vicky Krieps, una rivelazione) e le ordina un pasto pantagruelico con meticolosità ossessiva. Lei ricorda tutto ciò che lui ha ordinato; lui controlla che lei abbia scritto tutto ciò che ha ordinato e in un gioco di sguardi e sorrisi la invita a cena. E lei accetta.

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Da qui in poi il cibo e la fame definiscono e delimitano il rapporto tra Alma e Reynolds. Tutto il film si snoda tra colazioni rumorose, colazioni silenziose, pranzi in ristoranti, pranzi formali, cene intime e cene definitive.

E’ come se Paul Thomas Anderson volesse affamare il suo spettatore rimandando la conoscenza dell’interiorità dei sui personaggi a un momento altro, a quel definitivo: “Ho fame!”, che chiude il film e fa ricominciare tutto da capo.

Molte le fonti di ispirazione e le somiglianze con altri film in cui si affronta il tema dell’ossessione. La conclusione ciclica e la ripartenza dopo una fine possono far accostare Il Filo Nascosto a Mother di Darren Aronofsky, mentre la presenza di una figura femminile ingombrante che si inserisce nel rapporto fra due amanti rimanda a Rebecca, la prima Moglie di Hitchcock cui il regista si è ispirato, fra l’altro, per la costruzione dell’impianto gotico del suo film. In realtà PTA ha dichiarato: “il film è il mio personale omaggio al cinema di Max Ophüls: mentre scrivevo avevo in mente “Nella morsa”, un film straordinario con Robert Ryan e James Mason, e naturalmente “Lettera da una sconosciuta”.

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I movimenti di macchina di Ophüls sono delicati, leggeri, aggraziati e sfiorano personaggi e ambienti proiettando lo spettatore all’interno alla scena con una incredibile naturalezza. Paul Thomas Anderson opera allo stesso modo nel suo film: egli indugia sui dettagli, sui piccoli particolari; sui messaggi ricamati e nascosti nelle fodere di abiti meravigliosi; sull’ago che trafigge il tessuto; sulle dita consumate dal ditale; sul pizzo ricercatissimo di un abito da sposa. Anderson riprende ed esalta il gusto per il lusso di Max Ophüls e come il grande regista cui si ispira, nasconde nella bellezza sontuosa, sfarzosa e abbacinante dei suoi abiti l’ossessione di trovare un centro di equilibrio in quel mondo di cui percepisce la fragilità. Ophüls affronta la sua ossessione inserendosi all’interno di un girotondo schnitzleriano mentre Anderson affronta la sua scavando nelle dinamiche relazionali del rapporto d’amore tra Reynolds e Alma.

Se la fonte cinematografica de ‘Il Filo Nascosto’ può essere identificata con i grandi film citati di Max Ophüls e Hitchcock, la fonte letteraria non può non rimandare alla regina del romanzo gotico a sfondo psicologico della fine dell’’800: Emily Brontë.

Mario Praz su Cime Tempestose : “il punto di vista di Emily Brontë non è immorale ma premorale”. Il contrasto non è quello vittoriano fra bene e male, ma fra simile e dissimile. Il sesso tradizionale ha poco a che vedere con l’attrazione inesorabile che unisce Heathcliff a Catherine che è vicina alle forze sotterranee della natura, alle maree che trascinano, alle correnti, al magma”.

Come non scorgere in questa analisi la similitudine tra il rapporto dei due protagonisti del romanzo di Emily Bronte e quello di Reynolds e Alma? Non ci sono scene di sesso nel film. La cosa più intima e vicina a un incontro sessuale tra i due è quando Reynolds prende le misure a Alma per confezionarle un abito e abitare così la sua pelle. Si parlano, Reynolds e Alma. Ma il più delle volte si contrastano, battibeccano e hanno fame dell’ultima parola. Eppure si appartengono. Nascondono nella laboriosità della loro sfera pubblica il magma che definisce la loro interiorità. I comportamenti scioccanti che Alma mette in atto per trattenere a sé Reynolds sono riconducibili a quella dimensione di premoralità cui accennava Praz: in ciò che per l’uomo comune è immorale, sta tutta la vita premorale delle anime affini.

‘I am Heathcliff!,grida Catherine per spiegare ciò che prova per il suo amato. Rivendica con forza l’appartenenza alla stessa natura, alla stessa sostanza nonostante estrazione e condizione sociale sottolineino la loro dissimiglianza a partire dal nome stesso: Heathcliff è solo Heathcliff, Catherine è Catherine Earnshaw Linton.

Non diversamente, ma specularmente, Reynolds e Alma. Reynolds Jeremiah Woodcock che implora Alma, ‘solo’ Alma, di baciarlo prima di sentirsi male. Un amore allucinante e malato ma profondamente autentico e sincero che si nutre di punizioni e ricompense, di bisogni e dipendenza, di archetipi e ossessioni, di fantasmi vecchi e nuovi, in un continuo capovolgimento dei ruoli di vittima e carnefice per un legame in cui gioia e sofferenza sono indissolubili.

“Ti voglio sdraiato sulla schiena, indifeso, dolce, aperto con solo me ad aiutarti”, dice Alma a un prostrato Reynolds. “E poi ti voglio di nuovo forte. Non stai per morire. Potresti desiderarlo, ma non stai per morire. Hai solo bisogno di riposarti un po’”. Alma, la Heathcliff de Il Filo Nascosto non solo tiene testa al principe della moda londinese ma lo costringe ad arrendersi a lei. “Reynolds mi ha fatto realizzare tutti i miei sogni. E io gli ho dato in cambio ciò che egli desiderava maggiormente: ogni pezzo di me”. Funghi compresi.

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