Transfert o il centro di anti-gravità permanente

di Emanuele Rauco

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Sceglie la via della complessità Transfert, l’esordio nel lungometraggio di Massimiliano Russo che dall’anteprima al Roma Web Festival dov’è stato accolto con 10 minuti di applausi sta cominciando a farsi strada tra i festival, tentando la via della distribuzione in sala. Complessità che non significa difficoltà o cerebralità ma voglia di raccontare gli abissi della mente in un modo onesto e quindi non semplificato.

Perché alla base di Transfert c’è la psicoanalisi, l’indagine del cervello che dà vita a un thriller sui generis: il protagonista è appunto uno psicologo che riceve come pazienti due sorelle, molto diverse, all’apparenza opposte eppure molto simili. Le due sembrano innamorarsi del terapeuta, seguendo il transfert del titolo, ma la questione si complica quando un uomo dal passato tormentato si inserisce come nuovo paziente, seminando dubbi sulla reale psiche delle due sorelle. Russo gioca apertamente con la tendenza del mind-game movie, ossia del film in cui la costruzione narrativa sfida lo spettatore a ricostruire le dinamiche del racconto, ma anziché puntare al film-cervello (come fa Nolan in Inception, per esempio), punta alle questioni emotive e intime che la struttura stessa fa nascere.

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Il merito principale di Transfert infatti è quello di centrare tutto il suo discorso narrativo e filmico su quella che è la base della psicoanalisi: la verità, o meglio il modo in cui l’inconscio di ognuno la elabora, la costruisce, la restituisce all’ascoltatore, oppure la inventa, mostrando il significato nascosto dell’invenzione stessa che è un po’ alla base stessa del cinema con la C maiuscola, dire la verità attraverso la finzione, la bugia, la creazione di mondi e immagini (o immaginari). E Russo fa di questa ricerca della verità e dei modi per comprenderla anche, se non soprattutto, una questione morale in cui il risvolto thriller serve a coinvolgere lo spettatore ma in fin dei conti è meno interessante del peso umano della vicenda. Più che il “cattivo”, conta “l’investigatore” e il senso dei suoi fallimenti.

Transfert, oltre a una buona dose di coraggio in fase di scrittura, mostra anche la capacità di creare un’atmosfera fatta di sottile disagio, di palpabile straniamento come se giocasse a spiazzare di continuo lo spettatore con una sicurezza registica interessante in cui Russo sceglie di far mancare spesso gli appigli e le sicurezze allo spettatore, facendosi aiutare anche da un gruppo di attori esordienti o non professionisti (tra cui egli stesso) che riescono a scavare nei personaggi. I limiti di budget dovuti alla natura indipendente del progetto non incidono più di tanto su un film che, nonostante tutto, non ha paura delle proprie ambizioni e riesce anche in gran parte a portarle a compimento.

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