Vincent Van Gogh, l’odore assordante del bianco

di Federico Spinelli

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Si è abituati a pensare che il problema sia lontano da noi, che la colpa si annidi sempre in un’altra persona, o che la causa sia una circostanza poco chiara. Nessuno tollera che il problema possa venire da sé stesso.

Non è da tutti accettare questa condizione, ma qualora l’individuo ci riuscisse sarebbe il frutto derivante da un estenuante lavoro interiore.

All’inizio dell’opera Vincent, Alessandro Preziosi, è diffidente con la figura che si presenta nella sua stanza dinanzi ai suoi occhi. Non parla, conosce la sua condizione precaria e non concede alcuna confidenza.  Ma quella voce amica pronuncia frasi troppo familiari per poterle ignorare e, quando guardandolo fisso negli occhi gli promette che quello con il quale interloquisce niente altro non è che suo fratello, si lascia andare come se si fosse liberato di un grande peso dalle spalle.

Vedere un suo familiare Theo, Massimo Nicolini, in un posto così arido, dove l’unico colore ammesso è il bianco, fa nascere nei suoi occhi la speranza di poter uscire da quel posto. Tutto sembra giocare a favore del nostro protagonista fin quando non arriva il capo reparto che riporta bruscamente il pittore alla dura e cruda realtà.

Il fratello rappresenta una figura emblematica per Vincent perché se da una parte è in grado di farlo evadere da quella situazione, dall’altra il solo fatto che egli sia presente lo condanna. Posto dinanzi all’evidenza dei fatti, egli si ritrova solo, nudo davanti le sue debolezze. L’unica figura che corre in suo soccorso in quel caos, che la sua mente sembra aver dipinto così magistralmente, è il direttore dell’ospedale, interpretato da Francesco Biscone. Egli è disposto a sospendere le cure somministrategli finora e si dice pronto a concedere dei privilegi di cui nessun altro paziente della clinica può disporre. In cambio chiede soltanto di dargli la possibilità di sbirciare all’interno della sua mente. Il direttore ha come scopo quello di capire cosa accade, quali processi si azionano dentro il suo cervello, poiché il suo nuovo metodo potrebbe rivoluzionare e portare significativi miglioramenti a chi verte nelle sue stesse condizioni psicologiche.

Un testo a tratti poetico che dà spunti di riflessione su ciò che l’arte può dare alla vita di un individuo, di come in determinate situazioni possa essere dunque l’unico appiglio per poter ritrarre la realtà che si sta vivendo. Quando si apre il sipario, il senso di vuoto è la prima sensazione che si percepisce. Un pavimento messo in pendenza risalta subito all’occhio. Lo spessore dei muri e il modo nel quale sono messi in scena danno l’impressione di essere rinchiusi in una stanza dove non sembra esserci via di fuga. Giochi di luci creano delle ombre che si vanno a proiettare sulle grandi pareti della stanza, accentuando la percezione di solitudine che accompagna lo sceneggiato. Inoltre più che di musica si può parlare di suoni che il protagonista percepisce e che rimbalzano nella sua testa come dei suoni acuti e sordi che servono ad arricchire di tensione la scena. La scelta del bianco comunica un assordante odore che conferisce un senso di vuoto nell’opera.

 

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