Magda/Irina Sanpiter ora davvero non ce l’ha fatta più. Ma i tormentoni “belli” non muoiono mai

di Roberta Maciocci

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L’attrice Irina Sanpiter, memorabile protagonista di uno degli episodi di Bianco, Rosso e Verdone, il film del Verdone (Carlo), Magda, ha lasciato questo pianeta pieno di “Furi” e “Magde”, lo scorso 4 febbraio, all’età di 60 anni.

Il linfoma che l’ha costretta ad un ricovero di mesi e mesi presso il Policlinico di Roma è stato davvero “stroncante”: più del suo Furio, il marito maniacale e pieno di tic dal quale fugge nel film con l’aitante Raoul, (il fascinoso Angelo Infanti, alias Manuel Fantoni in Borotalco, sempre notoriamente di Verdone, e che aveva preceduto la collega nella dipartita, nel 2010).

Diplomata in Accademia d’Arte Drammatica a Mosca, attrice di teatro in patria e laureata in Scienze Politiche, Irina Sanpiter era stata provinata e scelta da Sergio Leone (Leone fu anche produttore del film che l’ha resa nota al grande pubblico). Si era successivamente ritirata dalle scene per svolgere l’attività di organizzatrice di concerti, insieme al marito Toni Evangelisti, che aveva sposato nel 1984, e anche, pare, per i primi accenni della incipiente malattia.

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Fin qui nessuna novità rispetto alle cronache, agli articoli che hanno parlato della scomparsa di questa ragazza dal viso dolcissimo e dagli enormi e begli occhi chiari sgranati, come ci era apparsa nella pellicola. Quella che si chiudeva in bagno in Autogrill per esprimere la sua contenuta insofferenza. Irina/Magda, che doppiata con accento piemontese urlava “Non ce la faccio più!!”, a seguito delle reiterate manifestazioni da psicopatico dell’avvocato Furio, il marito interpretato da Verdone, uno che avrebbe fatto perdere la pazienza anche a un monaco tibetano.

Gli attori, i cantanti, i personaggi famosi insomma, quelli che conosciamo e ci piacciono universalmente, o anche ci sono antipatici ma li condividiamo con altri spettatori, diventano come parte di una comunità virtuale. E’ come se venisse a mancare un vicino di casa, o una persona cara,  nella peggiore delle ipotesi. Quando perdiamo questi personaggi, per quanto sia possibile amare un personaggio di finzione e/o chi lo ha interpretato, ci si stringe appunto virtualmente in un coro di dispiacere. Più o meno fanatico, nel senso che gli estremismi di chi sui social network esprime cordoglio esagerato a illustri sconosciuti forse, con tutto il rispetto per la sofferenza altrui, soffre di esibizionismo indiretto e di mitomania. Pare cioè voler affermare una sorta di familiarità che non esiste con persone per il fatto che siano famose, ovviamente la maggior parte delle volte neanche incontrate per strada. Ma non è il fenomeno del fanatismo che si vuole analizzare per rendere un omaggio postumo, magari un po’ diverso dal solito, qualora ci riuscissimo, all’attrice della quale ci stiamo occupando.

bianco22.JPGAl di là delle notizie di cronaca e delle testimonianze di colleghi e spettatori, dato che di “coccodrilli” sono pieni tutti i media e non ci interessa, ciò che ci preme è ricordare per così dire una persona scomparsa, facente parte del mondo dello spettacolo, come portatrice sana – grazie ovviamente anche agli autori – di un fenomeno di massa; un personaggio che ha generato la condivisione di una metafora vivente, cioè di un topos. Figure non solo narrative, ma anche umane che diventano riutilizzabili sia per sincretizzare un comportamento che per identificare una persona.

Quante volte infatti, ognuno di noi, parlo per me in prima persona, invece di descrivere un professore, un conoscente o un parente magari pedante, logorroico, maniacale, assillante, parlando con persone vicine abbiamo usato frasi del tipo “Hai presente Tizio? E’ una brava persona ma pare Furio!”.

Oppure, per dire, chi di noi non ha criticato affettuosamente un amico che faceva il precisino dicendogli: “Che fai, il Furio della situazione?”?  Ecco che allora il personaggio del marito insopportabile diventa un personaggio non solo corrispondente a una categoria di persone, gente che possiamo incontrare nella vita comune, ma anche un codice, un identificativo per “risparmiare” una valanga di aggettivi riuscendo ottimamente e comunque a descrivere una persona nei suoi comportamenti.

Nel caso della vittima di Furio, la dolce e remissiva moglie interpretata dalla Irina, vige la stessa regola: tutti abbiamo sentito mogli e donne in genere più o meno scherzosamente intonare quel “Non ce la faccio più!”, dopo una pedanteria del compagno; frase che da dopo l’uscita del film ha assunto, per così dire, un sapore diverso. Questo visto che a prescindere dall’episodio di vita reale quotidiana, dallo stato di impazienza che si era venuto o si venga a creare, a quella espressione ormai il vasto pubblico italiano lega l’immagine della Magda del grande schermo. Il viso sofferente, gli occhioni disperati, la voglia di fuga da un uomo che la critica persino se il prosciutto lo compri da Gino o da Luciano (cit.). Uno che segue sempre una noiosissima tabella di marcia, e non solo durante i viaggi ma nelle piccole cose della quotidianità. O, altresì, nel caso di essere la persona che pronuncia la frase, può capitarci di pensare “Mi sento come Magda”.

Questo di pensare o vivere una situazione paradossale, più o meno pesante, e ripetere una battuta di un film è la grandezza del cinema: un linguaggio universale che come nella commedia dell’arte e in quella ancor più antica dei greci e dei latini ha creato delle figure, dei topoi che fanno ricondurre azioni umane contingenti e ripetute nel tempo a schemi e personaggi, sfaccettati e variegati sì per caratteristiche, ma al contempo catalogabili nelle linee generali di comportamento.

Ecco: questo, forse, può essere un bel ricordo e un omaggio, come già detto, dedicato ad Irina Sanpiter. Noi pubblico italiano l’abbiamo conosciuta principalmente anzi quasi esclusivamente come Magda, il che non è poco in ogni caso. Dunque, perché non riconoscerle di essere diventata l’incarnazione di quel  “Non ce la faccio più” che donne e uomini pronunciano in situazioni non solo di coppia, ma di soffocamento dovuto da una realtà opprimente? Anche se non sempre a salvarci e portarci via sopraggiunge il belloccio o la belloccia, per par condicio, col suo Maggiolino azzurro. Altra metafora del riscatto dal tedio o da vicende e vissuti peggiori.

Che sia usato come intercalare scherzoso e riferimento alla battuta del film, o sia proprio un grido disperato di chi si sente intrappolato in un vicolo cieco, a molti di noi, ne siamo sicuri, quando pronunciamo quella frase o la ascoltiamo proferita da terzi sale alla mente il visino dolce e sconfortato di Magda, alias Irina Sanpiter, ed è e sarà un ricordarci di lei.

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