L’incompiutezza della perfezione: Final Portrait- L’arte di essere amici

di Laura Pozzi

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A distanza di dieci anni l’eclettico Stanley Tucci torna al cinema in veste di regista firmando Final Portrait, pellicola presentata con successo lo scorso anno al festival di Berlino, in arrivo nelle sale italiane l’8 febbraio.

Tucci in quest’opera incentrata sull’enigmatica e folle figura del geniale pittore scultore Alberto Giacometti conferma ancora una volta di essere un attento e appassionato fruitore d’arte e di voler rendere omaggio a uno dei più importanti e innovatori artisti del Novecento. Ma non siamo in presenza del classico biopic (come il regista tiene più volte a precisare) piuttosto di un affascinante viaggio all’interno della mente di un uomo che ha dedicato l’intera esistenza alla ricerca della perfezione artistica cercando in ogni modo di mostrare e immortalare la sua visione del mondo.

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Per essere all’altezza della situazione, Tucci focalizza l’attenzione su un episodio particolarmente significativo nella vita di Giacometti, vale a dire la sua amicizia con James Lord un intellettuale borghese particolarmente affine al pittore. L’esclusivo legame viene suggellato attraverso la realizzazione di un ritratto, vero tema dominante della storia. Un ritratto inizialmente di facile attuazione, ma che con il passare dei giorni diventa per entrambi una fatale ossessione da cui non sarà facile tirarsi indietro. La genialità di Giacometti trova massima espressione nelle estenuanti sedute all’interno del suo studio, dove lo spettatore viene accolto come se fosse parte integrante del film.

Gli attacchi di rabbia di fronte a quella tela che sembra non volerne sapere di raggiungere la perfezione, rappresenta l’alter ego ideale di un’artista sempre pronto a trovare nel disagio e nell’insoddisfazione un concetto astruso di felicità. Seppur ammaliato da quello stile di vita caotico e stravagante non sarà facile per James tener testa ad un uomo affascinato dalla morte e dall’incompiutezza, incline a distruggere e ricreare le sue opere con la massima naturalezza. Prendendo spunto dall’omonimo romanzo di James Lord, Tucci torna dietro la macchina da presa per filmare alla sua maniera il processo creativo che anima il genio di Giacometti, ma la sua lodevole intenzione raggiunge un risultato poco convincente.

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Il film risulta una gradevole visione e l’ingegnoso utilizzo della macchina a spalla nel riprendere per la maggior parte della storia due figure statiche è senz’altro una scelta registica di notevole efficacia, ma è proprio nella sostanza che il film trova poca consistenza rischiando di non lasciar traccia. Entrare nel problematico e bizzarro mondo interiore di Giacometti non è certo impresa facile e il ricrearlo seppur in minima parte richiede un coraggio fuori dal comune. Tucci appare timoroso nel voler spingere la storia oltre un certo limite, preferendo un saldo autocontrollo capace di garantire una continuità poco accattivante. Il risultato finale seppur apprezzabile grazie alle interpretazioni particolarmente ispirate di Geoffrey Rush ed Armie Hammer assomiglia ad un film che sembra sempre sul punto d’iniziare e paradossalmente è proprio questa apparente debolezza a renderlo conforme all’universo dell’estroso artista.

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