Ti porto con me: la follia di due donne all’interno della follia umana

di Lorenzo Bagnato

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Parlare di uno spettacolo così carico e complesso come Ti porto con me, scritto da Arianna Mattioli e portato in scena da Lorenzo Lavia, non è affatto semplice. Ci troviamo davanti ad un’opera completa, aperta ad infinite interpretazioni, e che nessuna di queste può risultare giusta o sbagliata.

Ti porto con me, sulla carta, è uno spettacolo semplicissimo. La trama è molto lineare, ed altrettanto lo sono i personaggi. Eppure come essi vengono sviluppati magistralmente, attraverso una scrittura astrusa ma geniale.

L’interpretazione da maestro di Lucia Lavia e Giulia Galliani ci mostra due personaggi surreali, eppure allo stesso tempo familiari. Il grigiore dei loro abiti e dell’ambientazione che le circonda sembra inizialmente rappresentare il grigiore della loro anima. Ma non è così. La loro è un’essenza rinchiusa in cerca disperata di una via di fuga. Esse vogliono disperatamente amare ed amarsi, ma non ci riescono. Non ci sono mai riuscite, e non ci riusciranno mai. Nessuno le ha mai amate, nessuno le ha mai mostrato la via della libertà o, perlomeno, un barlume di essa. Vogliono raggiungere il mare. Probabilmente non ricordano più quale colore abbia, ma loro lo vogliono raggiungere lo stesso. Vogliono scappare portate dal vento leggero, andarsene cavalcando una leggera brezza. Ma non ci riescono. Non possono.

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Esse vogliono creare, creare per fuggire. Ma le loro creazioni sono povere e grezze: possono riscaldarsi, ma di certo non cuocersi.  Le loro creazioni sono come la loro anima: deformi e claudicanti, ma che riuscirebbero a splendere col giusto calore.

A loro non importa di essere circondate dall’apatia. Per loro l’apatia esiste solo se si crea nell’animo. Finchè loro due urleranno, piangeranno, rideranno e, soprattutto, ricorderanno, per loro non arriverà la fine.

Si dice che la speranza è l’ultima a morire. Ebbene, a chiederlo a loro due, mai frase fu più vera.

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