Moni Ovadia: il cuore è uno zingaro e va!

di Elena Caterina

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Moni Ovadia, con il suo spettacolo dal titolo programmatico Io sono l’altro, accompagnato dai suoi virtuosi musicisti, si fa narratore, cantante stralunato e sognante del popolo rom, raccontato con l’ammirazione, il gusto e il rispetto che merita.

È stata una Giornata della Memoria molto particolare quella che ha intrattenuto il pubblico del Teatro Vascello nel corso della serata del 29 gennaio. Il merito è stato senz’altro della declinazione plurale che Moni Ovadia, ebreo bulgaro milanese, ha attribuito a una parola che in questi giorni più che mai è un po’ sulla bocca di tutti, la maggior parte delle volte a sproposito: da memoria a memorie. Ed è questa “-e” finale a fare la differenza, perché quando parliamo degli stermini nazisti il pensiero è rivolto quasi sempre solo al popolo ebraico, che certo ha sofferto molto, ma spesso si dimenticano tutti gli altri triangolini colorati che andavano a marchiare gli altri soggetti destinali al “sacrificio”: prigionieri politici, testimoni di Geova, disabili, omosessuali, diversi o indesiderati di vari tipi e, infine, i rom. È innegabile che i rom siano ancora oggi un problema per la coscienza sociale, l’odio nazista verso i loro confronti pare non essersi mai istinto. I rom hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi l’“altro” per eccellenza, l’estraneo veramente diverso, che fa paura, di cui in fondo – suggerisce Ovadia – invidiamo la vitalità, la freschezza e la libertà. E se gli ebrei a un certo punto hanno scelto di passare dall’altra parte, di appropriarsi dei salotti borghesi, di accettare la creazione di uno Stato anche a patto di violare il territorio di qualcun altro, i rom no, non hanno mai pensato a questo, loro hanno continuato a suonare, a ballare, a bere alcol, a spostarsi, come il vento.

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Nicola di Bari cantava che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, conferma pop nostrana del fascino sovrastante e tormentato provato al cospetto degli zingari; Claudio Lolli ci raccontava dei suoi zingari felici, anche De Andrè e Fossati hanno celebrato il loro omaggio nei confronti del popolo rom con la loro splendida Khorakhanè. In questa scia che approccia al popolo zingaro per eccellenza con l’ammirazione e il rispetto che merita, si colloca Moni Ovadia con il suo spettacolo dal titolo programmatico Io sono l’altro, in cui si fa narratore, cantante stralunato e sognante, accompagnatore dei suoi amati musicisti di cui tre rom e un italiano “che sembra un ebreo polacco”: Albert Florian Mihai  alla fisarmonica, Petrika Nomol al contrabbasso a tre corde, Paolo Rocca al clarinetto e Marian Sherban, allo zimbalon, strumento che Ovadia ha presentato e descritto al pubblico, così come ha spiegato quali sono le ragioni che si nascondono dietro al virtuosismo incredibile dei suoi musicisti, davanti al quale non si può che restare a bocca aperta: ai matrimoni rom non perdonano se non si suona così velocemente!

L’occhio di Ovadia è paterno, divertito, sicuro di sé, rassicurante. Vigila orgoglioso sui tre amici a cui spesso cede il palco e sul suo pubblico, abbonda di battute, canzoni ubriache, racconti spiritosi, cultura, lingue (si passa dallo yiddish, al romeno, al francese, al russo). È tutto un flusso di coscienza in musica, un vero spettacolo tutto umano, che vibra e fa vibrare chi sceglie di lasciarsi andare e abbandonarsi all’esperienza della vera condivisione umana.

Lo spettacolo si è svolto nell’ambito del progetto Calendario Civile del Circolo Gianni Bosio, che ripercorrerà 22 date celebrative di passaggi cruciali della storia democratica e della tradizione repubblicana italiana con date laiche, che dimenticano i santi e mettono avanti a sé l’uomo, che in fondo è la cosa che più ci sta a cuore.

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