La costruzione di un amore: Chiamami col tuo nome

di Laura Pozzi

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E’ di poche ore fa la notizia che ha visto trionfare Call me by your name alle nomination per la consegna degli Academy Awards, in programma il prossimo 4 marzo. L’attesissimo film di Luca Guadagnino in uscita nelle sale il 25 gennaio è riuscito dopo aver sedotto i festival di mezzo mondo ad espugnare la mecca del cinema, portando a casa quattro candidature tra cui quella prestigiosissima al miglior film, miglior attore (Timothée Chamelet), miglior sceneggiatura non originale (il grande James Ivory) e miglior canzone (Mystery of love di Sufjan Stevens).

Staremo a vedere chi conquisterà le ambite statuette, certo è che il risultato ottenuto dal regista siciliano non può che rappresentare una salutare e autorevole boccata d’ossigeno per l’agonizzante cinematografia italiana. Il cinema di Guadagnino fin dal suo esordio si è contraddistinto per l’audace e minuziosa ricerca di immagini stilisticamente perfette capaci di evocare attraverso la sola potenza visiva torbide ed ambigue storie familiari.

La sua continua sperimentazione formale, almeno da queste parti, non ha mai suscitato tra il pubblico e addetti ai lavori particolare entusiasmo tanto da ghettizzare il suo cinema definito più  volte algido, decadente e di chiara derivazione viscontiana. Stavolta però Guadagnino forte degli influenti riscontri ottenuti all’estero, ha l’irripetibile occasione di mettere a tacere per sempre i suoi detrattori e far volare alto la sua idea di cinema. La storia basata sull’omonimo romanzo di André Aciman e sceneggiata per l’occasione da James Ivory, prende avvio nell’estate del 1983 da qualche parte in nord Italia (nelle vicinanze di Crema) nella lussuosa villa del professor Perlman, di sua moglie Annella e del figlio diciassettenne Elio.

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L’arrivo di Oliver (Armie Hammer) ricercatore universitario americano, sarà determinante nel creare quel caos danzante necessario ad emancipare l’irrequieto Elio in procinto di far esplodere la sua sessualità. Un po’ come accadeva all’indimenticabile Lucy di Io ballo da sola, film al quale Guadagnino non nega di essersi ispirato. L’arrivo di un estraneo volto a rompere un equilibrio precostituito è costante nel suo cinema, ma stavolta gli effetti sposano toni meno tragici e più marcatamente sensuali. La forte attrazione fra Elio e Oliver è qualcosa che cresce poco a poco fino a sfociare nel più sublime degli amori mancati. Il film è un inno alla gioia dei sensi, alla bellezza dei corpi che trovano in quella stravagante e fugace unione la capacità di lasciarsi andare a desideri e pulsioni con grazia e naturalezza.

Il tutto filmato con il massimo pudore, quasi che l’occhio indiscreto della macchina da presa venisse meno al suo fiuto indagatore. Anche nell’ardita e contestata scena della pesca Guadagnino non cade mai nel compiacimento, evitando abilmente l’effetto scandalo che l’avrebbe tramutata in puro voyeurismo privandola inesorabilmente del suo vigoroso e profondo significato. Il film soffre a volte di eccessiva lunghezza, ma quando ormai credevamo di aver visto e capito tutto ecco che Guadagnino cala il suo poker d’assi regalandoci una delle scene più palpitanti dell’anno. L’emozionante dialogo tra padre e figlio non può che provocare un lungo brivido dietro la schiena così come l’insistito primo piano sul volto disilluso di Elio che ci accompagna inesorabilmente verso l’ardente e gelido finale.

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