Il Filo Nascosto – L’eleganza del gesto e la morbosità del sentimento

di Valerio Di Giovannantonio

ilfilonascosto - outoutmagazine 1.jpgIn sala dal 22 Febbraio l’ottavo film di Paul Thomas Anderson con protagonisti Daniel Day-Lewis, Lesley Manville e Vicky Krieps. Il Filo Nascosto sarà tra i protagonisti della notte degli Oscar, dove è candidato per ben sei statuette tra cui Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista e Miglior Colonna Sonora.

Il filo nascosto del titolo rimanda ai ricami che il sarto Reynolds Woodcock (uno straordinario Daniel Day-Lewis) cuce all’interno delle sue vesti pregiate: un segreto che fotografato dalla macchina da presa di Paul Thomas Anderson assume i contorni di un sussurro. Ed è questo il peso di un film come Phantom Thread, un sussurro che emana un senso di disperazione unito alla costante ricerca della perfezione a cui punta l’immagine esteticamente preziosa. Woodcock ci viene presentato come un artista geniale e un uomo problematico, chiuso nelle sue ossessioni e in una routine indispensabile per mantenere il controllo. Tutto nella vita del sarto si ripete ciclicamente con percorsi prestabiliti che hanno l’unico scopo di favorire ciò che più divino – e femminile – è in grado di fare, ossia creare. L’attitudine superstiziosa dell’artista è infatti estremamente connessa all’essenza delle sue opere, un testamento in divenire che gli permetterebbe di mirare all’immortalità e che proprio in relazione al rapporto con la figura materna assente, ma costantemente evocata, lascia intendere la sua complessità psicologica. Non è un caso che la regia, nonché l’interpretazione stessa di Daniel Day-Lewis, scelga di pesare moltissimo l’uso dello sguardo, tematizzandolo in ogni occasione. L’occhio che cerca nella folla, l’occhio che scruta attraverso uno spioncino, l’occhio che consapevole del suo potere riflette quello della macchina da presa in una continua ricerca estetica che è costruzione e rappresentazione di un mondo pregno d’arte che confonde l’atto di amare con la qualità stessa del creare.

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Una metafora ricorrente e particolarmente significativa è quella del vestito da sposa, un oggetto che colpisce per solennità ma che allo stesso tempo mortifica le aspettative d’eternità dell’opera artistica a cui il nostro sarto, in definitiva, aspira. Un vestito destinato ad essere indossato solo una volta e, tra l’altro, in una cerimonia che attacca ideologicamente l’equilibrio precario su cui si basa la vita di Woodcock. Eppure quest’immagine, ora da tutelare ora da sminuire, torna spesso a confrontarsi con il protagonista. Simbolica è la sua comparsa durante l’inquietante scena della raffigurazione spettrale del corpo materno, in cui Woodcock, vittima del delirio della febbre, cerca di percepire parole che però non vengono mai pronunciate. L’artista vuole ricordare il conforto dell’amore, ma è l’ossessione il sentimento che predomina la sua vita e l’ambizione di possedere un corpo sfocia nella vocazione estetica più sublime. Nei momenti di fragilità, spoglio delle sue vesti di Creatore (la C maiuscolo non è casuale), può smettere di “recitare” e regredire al ruolo di figlio fragile, scoprendo così nel corpo femminile la soddisfazione del bisogno contrapposta all’ardore del desiderio.

L’oggetto dello sguardo del protagonista è Alma (Vicky Krieps), una ragazza che, come altre prima di lei, si sente impreziosita dalle attenzioni del sarto la cui straordinaria arte è capace di esaltare la sua femminilità facendola sentire amata. Amore e dedizione riempiono l’immaginazione del sogno romantico, ma presto la donna realizzerà di non poter sopravvivere in questa favola e di doversi conquistare la propria posizione nell’equilibrio freudiano di casa Woodcock. Alma rivaluterà completamente il proprio ruolo e, rivelando una natura più consapevole che ingenua, inizia a bramare un ribaltamento di potere all’interno della dinamica “psico-sessuale” di questa vicenda. Il primo ostacolo da definire e superare per la ragazza è il rapporto con la sorella di Raymond, Cyril Woodcock (Lesley Manville), uno dei personaggi più complessi del racconto. Quest’ultima appare nella vita di Alma gelando l’iniziale atmosfera e trasfigurando l’erotismo prefigurato in una perenne ambiguità sessuale e professionale da tenere sotto controllo. Emergono, a tal proposito, tutte le influenze di matrice Hitchcockiana riguardo l’uso della psicoanalisi e della suspence (elemento sempre più presente nella seconda parte del film) con particolare riferimento a film come Rebecca e La Finestra Sul Cortile, mentre Anderson ha dichiarato di essersi ispirato anche ad uno dei film di David Lean meno conosciuti: Sogno D’Amanti.

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L’attrazione ne Il Filo Nascosto culmina nel morboso e trova proprio nell’ossessione il termine ultimo del rapporto tra l’uomo e la donna che in questo caso possono anche essere letti in maniera più evocativa suggerendo una rappresentazione allegorica tra l’Opera e l’Artista. L’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, ancora una volta accompagnata dalla splendida colonna sonora di Johnny Greenwood, è impreziosita di un umorismo particolarissimo che in parte tradisce la serietà di diverse premesse. Un contrasto che in ultima analisi contribuisce a sottolineare la complessità di un film che si presenta al pubblico come vera e propria esperienza cinematografica da ammirare in tutta la sua sorprendente potenza visiva e tematica. Il romanticismo del gesto elegante lascia spazio al trionfo della compulsione, dove, in assenza di merletti e ghirigori sopraffini, emerge l’istinto di sopraffare. Phantom Thread sprigiona tutta la carica erotica che intercorre tra colui che crea e la sua creazione, confondendo i ruoli in un sofisticato scontro tra bisogno e desiderio.

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