Il Principe (non) libero

di Quinto De Angelis

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La grande capacità di Fabrizio De André è il sapere problematizzare ogni tema raccontato nelle sue canzoni. Egli costruisce poesia in musica dove parole e note si legano in un connubio dalle alte valenze sentimentali utilizzando spesso quella musica popolare che per i borghesi era di bassa lega.

Il difetto de Il Principe Libero è la mancata costruzione del personaggio De André che appare sempre lo stesso dai 14 anni fino ad ora e non basta caratterizzarlo con la frangia nera che cela l’ occhio, coperto, denso di rivoluzione ma bisogna analizzarlo, guardarlo e lasciarsi sedurre da esso. Non basta una chitarra e Dori Ghezzi per fare l’uomo ma ci vuole anche sofferenza e morte. De André è un uomo difficile da esplorare e per farlo bisogna calarsi nella sua musica perché è grazie ad essa che possiamo conoscere il cantante che ha rivoluzionato il cantautorato italiano.

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La musica nel film è mero contrappunto all’immagine, non percepiamo mai che, è essa, oggetto del desiderio che da lo slancio vitale all’esistenza dell’artista. Quando ci avviciniamo ai suoi brani, per capirne il testo, veniamo allontanati da essi perché li sentiamo tacere oppure abbassarsi a favore dei dialoghi spesso forvianti da soap opera. Come riusciamo ad apprezzare il musicista se non possiamo sentire la sua opera? De Andrè non era un genio ma studioso della musica e degli uomini. Temi, passioni e sentimenti dell’artista sono citati, posati sui nostri occhi senza spiegazioni. La probabile colpa di questa scelta è l’attaccamento del regista alla tradizionale struttura della fiction. Un porto sicuro dove frequentare per evitare errori.

Quindi non è un caso che amori e rapimento diventano gli elementi più importanti su cui fare leva all’intera narrazione con lo scopo di accalappiare più spettatori possibili. Questa scelta banalizza l’opera e banalizza sopratutto il personaggio raccontato. Faber non è solo donne e musica ma molto altro. Il suo rapimento aveva una valore politico grazie alle sue simpatie anarchiche che vengono completamente ignorate nel film. Marinelli, molto somigliante e bravo nel canto ma distante dalla lingua genovese, assume il ruolo ambiguo di ribelle senza causa che mal si addice al personaggio che interpreta, specie dopo aver tolto molto scene di introspezione psicologica a favore di banali dialoghi e tormenti d’amore.

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Nonostante questo l’attore romano non ne esce danneggiato perché spicca in bravura rispetto ad alcuni dei suoi colleghi che fingono stupore e sembrano stereotipati come gli abitanti degli ambienti borghesi e dei bordelli genovesi. L’unica discolpa sembra essere la volontà produttiva di essere un film tv che deve rispettare certe scelte morali per poter essere trasmesso ma ciò non toglie come le produzioni italiane rimangano a guardare lo sviluppo della nuova forma di serialità delle serie tv americane. Non puntano mai ad un prodotto di alto livello qualitativo ma sull’usato sicuro, con un attore amato dal pubblico che interpreta un uomo altrettanto amato dagli italiani.

Il film narra le vicende e le conquiste del De André senza mai mostracele direttamente. La canzone di Marinella è scritta per dar dignità a quella donna ma la sofferenza, lo studio per rendere questo possibile viene omesso e sostituito dalle autocelebrative sequenze di repertorio della Rai che mostrano Mina cantare quel pezzo. Le immagini avrebbero dovuto raccontare Faber invece esse non lo fanno perché la regia di Facchini risulta involontariamente assente, asciutta e priva di virtuosismi. La macchina venera De André e a tratti ne ha paura. Come per un personaggio sacro non è indiscreta ma riservata. Sembra che tutto sia già raccontato e niente meriti di essere visto. De André appare troppo famoso e noto per raccontarlo. Faber appare il mezzo pubblicitario della Tv che allarga il suo bacino di pubblico. Ci spinge ad andare al cinema per vedere una sua anteprima ma poi lo programmano due mesi dopo sui suoi palinsesti relegandoci un prodotto non al di sopra della norma.

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