Il (buon) senso della misura secondo Alexander Payne: Downsizing – Vivere alla grande

di Laura Pozzi

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Ha avuto l’onore e l’onere di aprire fra grandi aspettative l’ultima mostra del cinema di Venezia, raccogliendo tiepidi consensi alternati a giudizi contrastanti. Dal 25 gennaio il nuovo film di Alexander Payne, approderà in sala e quasi certamente non passerà inosservato.

Il regista dopo il successo ottenuto con Nebraska che valse il premio come miglior attore a Bruce Dern al festival di Cannes 2013, si affida al rassicurante Matt Damon per raccontare una storia tra fantascienza e favola ecologica. Se da una parte la scelta di canalizzare gli eventi su un doppio binario risulta intrigante, dall’altra crea un notevole scompenso narrativo da pregiudicare in parte la riuscita del film. La sensazione di squilibrio percepita non è certamente da imputare ad una sceneggiatura ben salda e articolata, piuttosto alla poca convinzione del regista di portare a termine un discorso scomodo e allarmante, ben lontano da un riconciliante happy end.

Se ci permettiamo di non considerarla un’occasione mancata è solo perché Payne nella prima parte con padronanza e determinazione non sbaglia un colpo. Con la precisione di un cecchino punta e centra a viso aperto il male oscuro che affligge il nostro tempo e che sta portando la Terra verso l’autodistruzione. Il vero problema è che siamo in troppi e il nostro pianeta ormai al collasso in nome di un consumismo sfrenato e senza regole erroneamente denominato progresso, non riesce a far fronte alle incessanti e smisurate richieste di una popolazione ben sopra la media. La soluzione sembra arrivare dalla fredda Norvegia dove uno scienziato dopo anni di ricerche e sperimentazioni, trova il modo di rimpicciolire gli esseri umani riducendoli ad appena 12 cm. La miniaturizzazione viena accolta con entusiasmo e partecipazione dando vita in breve tempo alla creazione di piccole e lussuose small town  in grado di preservare la sopravvivenza. Ma non è tutto oro quello che luccica, perché dietro una scelta apparentemente etica, fa capolino la subdola avidità umana che vede nel ridimensionamento un modo per vivere alla grande entrando in possesso di beni fino a quel momento impensabili.

Paul Safranek, pur non nutrendo particolari ambizioni, decide insieme alla consorte di migliorare la propria condizione e sottoporsi in modo irreversibile al trattamento. Peccato che al  risveglio e a sua insaputa gli eventi avranno preso una piega tutt’altro che scontata. Inaspettatamente anche il film dopo aver descritto i primi turbamenti provocati dal nuovo status, intraprende un discorso che ha ben poco da spartire con quello visto in precedenza, o meglio con quello che Payne aveva lasciato presagire. Di colpo è come se ci trovassimo di fronte un altro film che ruota a vuoto intorno a Safranek e non riesce a creare empatia con il precedente. Lo conferma l’entrata in scena di Christopher Waltz nei panni di uno stravagante vicino serbo e della dissidente vietnamita che pur invalidata dal trattamento non rinuncia a compiere opere di carità. Payne è probabilmente un’ottimista che vede il bicchiere mezzo pieno, ma in questo caso eccede in buonismo e le speranze riposte nel genere umano non reggono il confronto con l’universo distopico e apparentemente felice mostrato all’ inizio. Non è difficile immaginare l’epilogo che non instilla certezze, ma al contempo consola privando la storia di quella cupezza e inquietudine capace di agitare i  sensi e confondere le emozioni. Il monito ambientalista di Payne si ferma sul più bello, dando spazio ad una sedicente saggezza, che come cantava un certo Lucio Battisti,  il più delle volte è solo figlia della  prudenza più stagnante.

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