Guillermo del Toro reinventa La bella e la Bestia

di Lorenzo Bagnato

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Definito da molte testate giornalistiche e figure professionali del settore uno dei migliori film dell’anno passato, The Shape of the Water fa il suo trionfale ingresso nella Season Award 2017/2018.

Guillermo del Toro, si sa, difficilmente sbaglia un colpo. Egli è, a tutti gli effetti, uno dei migliori registi horror della nostra generazione, che ha saputo dare a tale genere un tratto estremamente caratteristico.

Già dai suoi primi lavori potevamo vedere l’impronta particolare del regista, che unisce scenografie estremamente dark a una storia semplice e lineare, senza però che queste due caratteristiche cozzino tra loro.

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I suoi film precedenti più famosi, tra cui anche Il Labirinto del fauno e Crimson Peak, vedevano come protagoniste donne di giovane età (nel caso de Il Labirinto del Fauno addirittura una bambina), di animo semplice ed umile, unito ad un’innata sensibilità. In un modo o nell’altro entreranno a contatto con qualcosa di mai visto prima, un mondo fantastico e, allo stesso tempo, mostruoso. Ma esse non si faranno prendere dal panico. Mostrando grande presenza di spirito, combatteranno tale mondo, per poi alla fine assimilarne le parti migliori e riuscire a convivere con esso.

Nel caso di The Shape of the Water, però, la questione cambia leggermente. Ora il fantastico è concentrato in un solo essere, che però possiede la stessa intensità dell’intero mondo dei film precedenti. La creatura anfibia di cui la protagonista si affeziona risulta incredibilmente mostruosa all’inizio, per poi mostrarsi come affabile e graziosa con il proseguire della storia. Lo spettatore ben presto è catturato dalla vicenda, e l’empatia per i protagonisti sale sempre più. Complice altresì una scrittura appassionata ed attenta, unita a dialoghi sottili e affascinanti. Da ciò deriva anche una leggerezza complessiva della pellicola, che a leggerne semplicemente la trama non sembrerebbe. Del Toro, quindi, si riconferma un ottimo sceneggiatore oltre che minuzioso regista. È innegabile, inoltre, la presenza di un lato tecnico molto ben curato, dalla fotografia ai costumi.

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Il discorso del “diverso dall’aspetto ma uguale nell’animo” è qualcosa di già visto, eppure la storia non risulta affatto banale. Del Toro riesce alla perfezione nell’affrontare un tema così tanto abusato. Egli, a differenza di molti, non accusa nessuno. Per quanto possa sembrare strano, il film non ha un vero e proprio cattivo. Colui che inizialmente sembra l’antagonista in realtà scopriamo più avanti essere semplicemente un uomo estremamente ambizioso. Anche lui ha i suoi traumi e i suoi problemi, esattamente come la protagonista “buona”. Del Toro ci fa elegantemente capire che dal suo punto di vista la storia si sarebbe rovesciata, e chi ora vediamo come “buoni” sarebbero stati “cattivi”. Del Toro, in realtà, punta il dito più generale alla società dell’epoca, vista come violenta e razzista.

In conclusione, Guillermo Del Toro confeziona un piccolo gioiello, che va ad incastonarsi nella corona della sua filmografia. Molto probabilmente “The Shape of the Water” non verrà ricordato come la sua opera più memorabile, bensì come un’ottima prosecuzione di una carriera già da tempo assodata.

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