Niente trucco stasera, Grace Jones: Bloodlight and Bami

di Laura Pozzi

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Chi ha avuto la fortuna, o sfortuna a seconda dei casi di vivere i controversi anni ’80 sa per certo come cantavano gli Afterhours in un brano di qualche tempo fa, che non se ne esce vivi. Il folklore evocato da quel periodo in termini di moda, costume e società continua tuttora a risplendere colmando il vuoto sistematico che da tempo avvolge la nostra società.

L’influenza è sempre viva e tangibile e il documentario girato da Sophie Fiennes su un’artista fuori dal comune come Grace Jones, non fa che confermarlo. Ma attenzione non siamo in presenza di un nostalgico biopic o un monumentale film concerto, ma di un vero e proprio racconto di viaggio attraverso la vita pubblica e privata di una delle più importanti icone pop di sempre. Il film concentra la sua attenzione su un arco temporale di dieci anni, quando la Jones era impegnata con la registrazione dell’album Hurricane (2008).

L’intento come dichiarato dalla regista era quello di andare oltre un discorso puramente artistico per creare attraverso più livelli interconnessi un racconto in grado di condurre lo spettatore all’interno della storia. Nel film ci sono quattro piani di narrazione, tra i quali spicca il viaggio in Giamaica, fondamentale per riportarci alle radici e alla terra che l’ha vista crescere e dove si è consumata la sua traumatica infanzia. Una sorta di diario privato, caratterizzato dal forte contrasto delle origini immerse nella luce, nei suoni e nei colori della terra natia e il mondo artificiale della sua vita pubblica tra metropoli, trucco e palcoscenico.

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Da qui l’importanza di inserire attraverso un attento lavoro di montaggio immagini delle sue sensuali ed esuberanti performance artistiche per esprimere al meglio una personalità complessa dalle mille inafferrabili sfaccettature. Artista eccessiva e ribelle trova sul palco la possibilità di esprimere al meglio la sua natura sfuggente e selvaggia grazie ad una voce morbida e suadente in grado di penetrare l’essenza di piacere e dolore che la trasforma nella  regina delle discoteche gay. Il suo fisico robotico le ha permesso di sperimentare qualsiasi forma d’arte, dalla moda alla musica fino al cinema. Ma resta il palco la sua vera casa, il luogo preferito dove tornare per mettere in scena le fantasie più sfrenate attraverso esibizioni estreme dove il  corpo può finalmente sprigionare la sua energia.

Le canzoni presenti nel film, dalla ipnotica Nipple to The Bottle all’inno festoso di Pull Up To The Bumper, hanno un ruolo primario nel dare forma alla narrazione e fungere da commento alla sua vita. Tutto questo alternato a quella che potremmo definire la dimensione umana, che la spinge ad abbracciare la semplicità della sua gente o a perdersi nella luce di un tramonto. Il valore dell’opera è da ricercare nella ricchezza di momenti ed episodi che la regista è riuscita a catturare restituendoci l’immagine di un’artista potente e determinata, ma dotata di profonda sensibilità. La visione del film rappresenta quindi un’occasione per  rivivere in parte la nostra adolescenza e per scoprire da parte di chi non c’era per ragioni anagrafiche un vero animale da palcoscenico, razza al giorno d’oggi in via d’estinzione.

Piccola curiosità: il termine “Bloodlight” in giamaicano si riferisce alla luce rossa che si illumina quando un artista è impegnato in una registrazione nella sala d’incisione, mentre il termine “Bami” fa riferimento alla focaccia giamaicana fatta con farina e tapioca, ossia un alimento simile al pane che simboleggia la sostanza della vita. Ricordiamo infine che la pellicola in qualità di evento speciale sarà al cinema per soli due giorni, 30 e 31 gennaio.

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