Bangkok di Gursky per la prima volta a Roma

di Anna D’Elia

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Secondo le categorie aristoteliche esistono un tempo della fisica, ordinario, della quotidianità in cui nulla accade e un tempo dell’incontro, in cui si realizza una frattura del nostro rapporto con la realtà come rappresentazione statica del mondo, fatta di ricorrenze costanti, uguale a sé stessa, l’ovvietà. 

L’uomo contemporaneo sembra essere in uno stato di addormentamento, una sorta di ipnosi in cui non vede più ciò a cui si è abituato e conseguentemente non si interroga su sé stesso e sul mondo. L’incontro è invece una esperienza di risveglio, in cui – sia pure traumaticamente – ci viene mostrata la fragilità della nostra esistenza. 

L’opera d’arte che sia tale è un’opera capace di produrre incontro, svegliarci dal sonno, realizzare un punctum e, come diceva Heidegger, aprirci ad un altro, nuovo mondo. L’opera d’arte rompe lo schermo della realtà e ne fa emergere il reale, fratturandone con la sua potenza l’ovvietà. 

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È proprio un processo di risveglio quello che si scatena entrando nelle sale bianche e silenziose di Gagosian a Roma dove sono esposte, per la prima volta in Italia e in occasione del decimo anniversario della galleria, otto opere di Andreas Gursky.

Si tratta di 7 immagini tratte dal lavoro “Bangkok” del 2011 ed una da “Ocean” del 2017. Tutte, come sempre nei lavori recenti di questo artista dallo stile inconfondibile, di grandi o grandissime dimensioni (da 3×2 metri in su).

In “Bangkok”, i riflessi del fiume Chao Phraya, che bagna la città, suggeriscono gli effetti cromatici dell’Impressionismo o le intense composizioni dei modernisti americani del dopoguerra, tra immagini dalla quasi perfetta simmetria a superfici uniformi rotte solamente da lunghe strisce colorate.

Seppure al primo sguardo, quasi costretti a posizionarci ad una certa distanza per poter vedere le immagini, a motivo della loro grande dimensione, scorgiamo una bella e accattivante forma astratta del riflesso sull’acqua, che esplode in una alchimia di colori, nel percorso di avvicinamento scorgiamo invece gli oggetti della realtà privati del loro uso quotidiano, divenuti riconoscibili soltanto attraverso un cambiamento della prospettiva percettiva. 

ANDREAS GURSKY Bangkok IV, 2011Al secondo e più ravvicinato esame le vibranti alchimie cromatiche del fiume celano infatti una realtà tossica fatta di resti della nostra civiltà che galleggiano o affiorano sulla superficie: cassette, pezzi di plastica, frammenti di alghe, rifiuti di ogni tipo.

Dettagli veramente esistenti, inserimenti frutto di post-produzione, oggetti generati da algoritmi di rendering computerizzato? Gursky utilizza ogni mezzo ed ogni strumento offerto dal mondo digitale, nella sua estetica dove “un fotografo può ideare e costruire – piuttosto che semplicemente “scattare” – foto del mondo contemporaneo”. 

Per Gursky non importa il “mezzo”. Siamo di fronte ad una manipolazione calcolata dell’immagine, ad una operazione di linguaggio visivo, in una ricerca di rappresentazione dell’irrappresentabile.

L’incontro che qui si realizza con le opere d’arte di Gursky è traumatico in quanto determinato da un sovvertimento della percezione. Nel coinvolgimento dello spettatore in questo processo di straniamento c’è il passaggio dalla bella forma a ciò che la deturpa e, in definitiva, l’emersione del reale. 

Nella serie “Ocean” – di cui è esibita una sola opera –  immagini satellitari ad alta definizione di particolari del globo terrestre si sposano con interventi sulle mappe dei fondali marini, alla ricerca di nuove rappresentazioni, nuovi sguardi sul mondo che sembrano rivelare anche qui, sotto la superficie, un loro sottile senso di minaccia ambientale.

ANDREAS GURSKY Bangkok II, 2011Non a caso, la ricerca di molti artisti in questo periodo, sembra avere a che fare in qualche modo, in senso più o meno lato, con il concetto di “mappe”: mentali, fisiche, cercate, trasformate, immaginate, immaginarie. Si cerca di trovare un significato, di interpretare un mondo che sfugge, che appare sempre più lontano e meno interpretabile con le categorie di pensiero alle quali siamo abituati? Siamo alla ricerca di qualcosa di nuovo, di nuove modalità di lettura e di rappresentazione della realtà?

È questa la pregevole operazione artistica del magnifico Gursky, forse incomprensibile agli occhi di chi si soffermi soltanto sul dettaglio del prezzo stratosferico delle sue opere. Egli, come artista-creatore, restituisce vive le forme, i colori, i contorni. Lo fa con la forza di immagini che più che essere percepite dallo spettatore, si impongono sul soggetto stesso, lo riducono ad oggetto provocandogli una sensazione di disagio. In tale situazione si produce l’effetto di sentire la propria vita come superflua, priva di senso, di troppo, come direbbe Sartre. 

È questo il punctum, l’urto, l’incontro: i dettagli cruciali che Gursky sceglie di mostrarci e da cui ci sentiamo osservati sono simboli – come l’osso di seppia –  richiamanti la Vanitas dell’Io moderno, che nella sua follia si reputa autosufficiente e si palesa invece minima goccia fluttuante in un deserto di squallida desolazione di oggetti inquinanti. 

L’appuntamento con Gursky è imperdibile. Citando Proust, “lo stile non è affatto un abbellimento come credono certe persone, non è neppure una questione di tecnica, è – come il colore per i pittori – una qualità della visione, la rivelazione dell’universo particolare che ciascuno di noi vede, e che gli altri non vedono”.

 

ANDREAS GURSKY 

BANGKOK 

14 dicembre 2017–3 marzo 2018 

Gagosian Gallery

Via Francesco Crispi 16 

00187 Roma 

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