La follia nel teatro shakespeariano. Quando il mondo ci rema contro

di Lorenzo Bagnato

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A seguito della visione del Sogno di una notte di mezza estate portato in scena al Teatro Eliseo per la regia di Massimiliano Bruno, salgono alla mente i classici pensieri che ci vengono dopo aver assistito ad un’opera di Shakespeare. Il “Sogno”, in particolare, lo fa più delle altre commedie del drammaturgo inglese. Ci lascia con una sensazione di serenità quasi irreale, e per una buona mezz’ora dopo lo spettacolo ci sentiamo come se stessimo volando. Come se stessimo, per l’appunto, in sogno. Ma poi ci rassettiamo. Torniamo al nostro mondo accusandoci di essere stati dei folli.

Ed è proprio su questa sensazione, il sentirsi folli, che William Shakespeare basò buona parte della sua poetica. Siamo abituati a pensare a Macbeth, Amleto ed Otello come dei personaggi senza senno. Che hanno abbandonato la via della ragione per motivi che credevano più importanti di ogni cosa (rispettivamente potere, vendetta e amore). Eppure noi spettatori non ci sentiamo di accusarli. Ci sentiamo, anzi, vicini alla loro causa, e le lacrime scendono copiose quando vediamo concludersi la loro tragedia. Cosa vuol dire ciò? Che siamo anche noi dei poveri pazzi? Mi sembra evidente che tale opzione è da escludersi a priori, dal momento che i drammi di Shakespeare hanno commosso per secoli e commuoveranno per tutti i secoli a venire.

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No, il motivo della nostra empatia è un altro, assai difficile da tangere senza un’analisi accurata. Se soffermiamo meglio la nostra attenzione, ci accorgeremo che nessuno dei tre personaggi sopracitati è folle sin dal principio. Sono, anzi, degli uomini dalla spiccata intelligenza e forte carisma. Si trovano con la strada del successo già aperta, e sembra che niente e nessuno potrà fargli scendere dal loro piedistallo (al contrario, ad esempio, di Riccardo III, le cui azioni sembrano altalenanti sin dall’inizio). E qui entra in gioco il conflitto. Qualcosa o qualcuno che spinge i nostri beniamini nel baratro. Lady Macbeth, assetata di potere, convince il marito a commettere atroci delitti per possedere la corona di Scozia. L’intera corte che circonda Amleto si mette tra lui e il mistero dell’assassinio del padre, mentre vede la sua stessa madre sposare un uomo ignobile e miserabile. Ed infine il subdolo Iago, che porta Otello a credere che l’amata  Desdemona l’abbia tradito.

Tali scenari porterebbero qualunque essere umano alla follia, ed in fondo le azioni che compiono non sono poi così lontano da ciò che noi stessi compiremmo, per quanto atroci possano essere le conseguenze. Solo nel finale, quando oramai si è passato il punto di non ritorno, capiamo quanto malate siano le nostre menti o, per meglio dire, le menti del mondo che ci circonda. Ci sentiamo immediatamente oppressi (al contrario della leggerezza del “Sogno di una notte di mezza estate”, ma la ragione per cui si arriva alla serenità nella commedia è la stessa per cui si arriva all’oppressione nella tragedia), schiacciati in un mondo che ci respinge. Gli eroi che vediamo muoversi sul palcoscenico hanno sputato tutto il sangue che avevano per arrivare dove sono ora, eppure tutti gli sforzi fatti risultano vani non appena chi gli sta intorno decreta la loro fine.

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Ed è esattamente in questo momento in cui capiamo che non siamo noi i folli. Lo sono tutti gli altri. “La vita è un povero attorucolo che si dimena sul palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte e, poi, non s’ode più”, dice Macbeth al culmine della sua follia. Perché oramai ha raggiunto la consapevolezza di essere in esubero, di essere diventato uno scarto. Non può più nulla contro le forze avversarie che, fino a quando gli serviva, lo avevano tenuto in vita.

Macbeth adesso lo sa: ciò che è avvenuto a lui avverrà a tutti gli esseri umani del globo. Ed è questa l’ultima consolazione che oramai gli resta.

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