My generation is back

di Quinto De Angelis

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Seduti tra le poltrone di una sala cinematografica, dal momento in cui le luci si spengono, ci rendiamo subito conto che qualcosa sta per accadere. Veniamo catapultati indietro nel tempo in maniera totalizzante. Il bianco e nero che caratterizzano le pellicole degli anni ’60 viene sostituito dai colori sgargianti della Londra sessantottina facendoci vivere quelle immagini come ricordi che ritornano alla mente mentre Michael Caine, attore istrionico ed egocentrico di quella generazione, ci guida alla scoperta di una dimensione pop che è nonna del periodo storico che stiamo vivendo

My generation è il più forte esperimento nostalgico cinematografico messo in scena nel Regno Unito negli ultimi due anni; il racconto di David Batty appare un racconto post moderno ed intermediale rivolto ai nipoti di quella generazione a cui le immagini mostrate fanno riferimento. Difficilmente riesce ad abbracciare la folla di persone che l’hanno vissuto perciò si spinge verso le nuove menti mostrando l’evoluzione di una società che appariva a quei giovani come vecchia e antiquata. Tra le spinte rivoluzionarie adolescenziali, che hanno caratterizzato ognuno di noi, possiamo sostituire quella società degli anni ’60 con il nostro contesto in maniera quasi speculare.

Oggi come allora vediamo lo scontro generazionale tra figli e padri per tendenze e modi di fare che si stanno evolvendo. David Batty crede in questo parallelismo e ce lo dimostra con immagini vertiginose ed espedienti visivi all’avanguardia che non hanno nulla a che vedere con i metodi cinematografici di quegli anni. Siamo testimoni di una viaggio nel tempo mentale mentre il nostro corpo rimane saldamente ancorato alla nostra realtà. Le immagini di repertorio sono restaurate e recolorate immedesimando i nostri occhi con quelli del sex symbol Michael Caine che si muove per Londra come Humphrey Bogart si muove per le strade di New York.

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Sicuro di sé, conosce tutti e sa dove andare per colpire lo spattore. Londra è la sua casa e ci ospita a visitarla. La sua narrazione è soggettiva e non può non disprezzare la borghesia ed essere politicamente scorretta. Droga e belle donne sono componenti imprescindibili di quegli anni che vengono mostrati sullo schermo senza mai banalizzarli. La non banalizzazione è favorita dalle testimonianze dei protagonisti che rendono vero il racconto. Passando da John Lennon a Marianne Faithfull la droga è il mezzo per rimanere vigili e per accadere alle «porte della percezione».

Quelle stesse porte citate dai The Doors si ripresentano dall’altra parte del mondo attraverso i trip chimici delle star della Swinging London. I colori, le musiche, gli stacchi – non solo di gambe – vertiginosi segnano il tempo del film. Le donne di Batty sono insicure ma determinate a cambiare qualcosa, sono le prime power girl e non si sentono minimamente inferiori agli uomini. Il lavoro del regista è apprezzabile come analisi e rielaborazione di repertorio del lavoro realizzato da altri suoi colleghi ma lui riesce a trasformarlo in maniera accurata rendendolo proprio dandogli la sua personale interpretazione. In ogni cambiamento ci sono luci ed ombre e spetta a noi riconoscerle come elementi positivi o negativi.

Veniamo inebriati dalla musica dei Beatles, dei Rolling Stones e dei The Who mentre Paul McCartney e John Lennon sembrino parlare felici della loro giovinezza, nel frattempo Mick Jagger scherza con il pubblico facendo sfoggia delle sue conquiste e Roger Daltrey canta la sua My Generation annunciando “I’m not trying to cause a big sensation talking about my generation. I’m just talking about my generation”. (“Non sto cercando di suscitare scalpore parlando della mia generazione. Sto solo parlando della mia generazione”).

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