Un sacchetto di biglie. Road movie o film di formazione?

di Mirta Tealdi

foto 1 outout magazine.jpg

Che Un sacchetto di biglie (titolo originale Un sac de billes) sia un film sulla Shoah è palese, ma in qualche modo è anche un road movie di formazione che analizza attraverso le peripezie dei due fratelli, Joseph (Dorian Le Clech) e Maurice (Batyste Fleurial Palmieri) il diventare grandi, certamente troppo in fretta, di due ragazzini ebrei durante la guerra e l’occupazione nazista in Francia. Entrambi alle prese con il distacco dai genitori, le fughe, i pericoli mortali, le prigionie, i giochi spensierati e i dolori più cocenti, “compagna” di viaggio di Joseph oltre a Maurice, una piccola biglia azzurra, l’unica rimasta del suo sacchetto di biglie.

L’ultimo lavoro del regista canadese Christian Duguay è tratto dal libro omonimo del 1973, scritto da Joseph Joffo, che racconta la drammatica esperienza della guerra sua e di suo fratello Maurice e della loro famiglia.

Joseph e Maurice sono due fratelli ebrei che vivono a Parigi. La famiglia è composta dal padre Roman (Patrick Bruel), la figura adulta volutamente più tratteggiata del film – a detta del regista, il rapporto padre-figlio è uno dei temi per lui più importanti – dalla madre Anna (Elsa Zylberstein), – che a parte una grande empatia fatta di lacrime, tenerezze e sguardi intensi, ha un ruolo minore rispetto a quello del padre –  e dai due fratelli grandi, solo abbozzati come personaggi.

foto2 outout magazine.jpgA causa del crescente clima antisemita, della forte tensione, del pericolo dei rastrellamenti, e dell’imposizione della stella di David sulla giacca, i genitori dei due ragazzi decidono che è meglio che la famiglia si metta in salvo, partendo separatamente, in direzione della zona libera, verso Nizza. I due ragazzi piccoli partono, quindi, promettendo al padre che in qualsiasi situazione si fossero venuti a trovare, avrebbero dovuto negare di essere ebrei (forte e commovente la scena dello schiaffo: – meglio il dolore di uno schiaffo, che perdere la vita perché se ne ha paura –, mormora papà Roman al figlio piangente). Molte sono le avventure e le peripezie che li aspettano e Joseph il più piccolo e intraprendente dei due, riuscirà con il suo coraggio e con una buona dose d’ingegno, a salvare per ben due volte sé stesso e il fratello. Fin dall’incipit il punto di vista e la voce narrante è quella del piccolo Jo e la messinscena sottolinea la prospettiva dalla parte del bambino con movimenti di macchina molto mobili e inquadrature con angolazioni dal basso. Punti di forza del film sono l’ottima ricostruzione da parte di un regista non europeo del clima di tensione, terrore, e continuo pericolo che la Shoah ha rappresentato per gli ebrei e per i civili delle zone occupate. Ambientazioni, costumi e tono drammatico rendono verosimile la ricostruzione storica. La domanda è: Un sacchetto di biglie è un film per ragazzi che racconta l’Olocausto attraverso una storia vera secondo la prospettiva di un bambino? Oppure è un film per tutti dove il protagonista bambino, fa troppo l’adulto?

Il personaggio di Joseph finisce per rimanere imbrigliato dalla sceneggiatura nel suo stesso ruolo che lo costringe in strettoie e inverosimiglianze ingenue. Il bambino protagonista (Dorian Le Clech) è bravissimo nella recitazione, ma questo aspetto eroico che si porta dietro, dall’iniziale affezione, porta all’opposto, alla speranza che a un certo punto del film torni ad essere solo un bambino. E invece è proprio verso la fine che arriva la scena madre più improbabile: Parigi è liberata, Maurice dice a Joseph che finalmente possono tornare a Parigi dalla famiglia ma il piccolo gli dice di andare da solo, che lui ha un compito ancora da svolgere: salvare il suo datore di lavoro, libraio e collaborazionista, dalle forti convinzioni nazi-fasciste e dalle intense attitudini antisemite (condivise dal figlio assassino arruolato nella Milizia).

foto3 outout magazine.jpgTutto questo è inverosimile, come lo è il fatto che i due figli minori tornino a casa in due momenti differenti, senza che la madre o i fratelli maggiori li abbiano cercati, ma anzi quando Joseph finalmente arriva davanti al negozio di barbiere del padre, tutti siano affaccendati nelle normali attività giornaliere.

Forse Christian Duguay si è fatto prendere un po’ la mano dall’amore per il suo eroe bambino e tutto sommato dal cliché della famiglia ebrea tutta bontà e buoni sentimenti, deprivando i protagonisti di quei chiaro-scuri che scolpiscono e rendono indimenticabili alcuni personaggi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...