Alla ricerca degli spiriti cattivi: Insidious 4 – L’ultima chiave, di Adam Robitel

di Elena Caterina

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Il film si colloca senza particolare clamore all’interno del laboratorio avviato da James Wan che fa appello agli elementi base del cinema horror e ad un pubblico avvezzo ad essi. Ciò che resiste alla noia del già visto è la sceneggiatura di Leigh Whannell che effettivamente riesce a costruire più di un colpo di scena.

Continuano ad intrecciarsi e ad inglobare sforzi di sceneggiatura le vicende e la biografia di Elise Rainier (la regina dell’urlo Lin Shaye), la sensitiva ammazzafantasmi protagonista della serie dei film Insidious. Siamo giunti al quarto capitolo, questa volta affidato ad Adam Robitel, regista dell’apprezzato horror found footage The Taking of Deborah Logan. Così come era stato il terzo episodio, Insidious – L’ultima chiave è un prequel: se il precedente aveva raccontato dell’incontro tra Elise e i suoi buffi assistenti Specs (lo sceneggiatore Leigh Whannell) e Tucker (Angus Sampson), nel quarto si compie la loro grande avventura.

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Il film si apre con un sogno (con tanto di data, 1953!) che rievoca l’infanzia di Elise: una bambina con un dono molto speciale, quello di sentire e gli spiriti, appoggiata e difesa dalla candida madre ma profondamente osteggiata dal cattivissimo padre che di mestiere punisce le persone e per il quale viene ricreata un’atmosfera nazi-stalinista un po’ gratuita, che lo fa sembrare ancora più cattivo. Al suo risveglio una chiamata porta con sé la richiesta di aiuto da parte di un uomo che ora vive proprio nella casa d’infanzia di Elise e che è alle prese con inquietanti fantasmi.

Il film si colloca senza particolare clamore all’interno del laboratorio avviato da James Wan (creatore anche di Saw) che fa appello agli elementi base del cinema horror e ad un pubblico avvezzo ad essi: la casa infestata, mostruose presenze montate per qualche secondo e accompagnate da scatti nella colonna sonora, porte che sbattono, oggetti che si spostano. Non ci sono molte novità in questo senso, se non la scelta ancora più marcata di eleggere a elemento centrale la porta e quindi la chiave, che compare perfino nel titolo: ci sono molte porte da (non) aprire. L’elemento che più degli altri resiste alla noia del consueto e del già visto è la sceneggiatura di Leigh Whannell, che ci accompagna dal primo capitolo, che effettivamente riesce a costruire più di un colpo di scena nella vicenda riuscendo a essere non del tutto prevedibile, giocando molto, oltre che sulla psicologia, sul tema del bene e del male tanto che a un certo punto sembra davvero trasformarsi in critica sociale contemporanea per cui i veri cattivi sarebbero gli esseri umani, cosa che sconvolgerebbe il genere e che infatti non avviene: c’è sempre qualche demone alla base della cattiveria, bisogna solo cercarlo bene. Dunque una parentesi gradevole ma sottotono, che pensa molto bene a predisporre già il successivo capitolo quinto che invece si riaggancerà alla famiglia protagonista dell’episodio originale che, dopo aversela vista con i problemi fantasmatici del figlio, ricadrà nel vortice con l’insonnia del nipote. Ancora non esiste ma sembra di averlo già visto.

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