Il posto più freddo del mondo, di Alessandra Zenarola

di Roberta Maciocci

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“Ancora la stessa impressione che qualcuno la stesse osservando, o dietro le tapparelle di qualche appartamento o nascosto tra gli alberi. Attraversando il cortile condominiale si era guardata attorno. L’ombra del palazzo aveva inghiottito le luci dei lampioni.”

Angela Martines è una giovane fotografa che sfugge alle convenzioni: bigia i noiosi reportage dei matrimoni, fotografa di soppiatto tutto ciò che ferirebbe lo sguardo sensibile di una ragazza qualsiasi; preferisce la compagnia di una amica vietnamita che gestisce un ristorante. Un posto bersagliato da soggetti improbabili che ne sabotano la dubbia reputazione. Una sorta di rifugio per lei, quel locale, dove tra una birra e un goffo tentativo di imitare l’amica nel tagliare le verdure nella foggia orientale, le due si scambiano confidenze. Angela, un personaggio tra Lara Croft e Holly Golightly di “Colazione da Tiffany”, gatto onnipresente incluso. Munita di una corazza apparentemente ignifuga, cela in realtà una profonda fragilità interiore. Come una pralina, apparentemente solida nella consistenza del cioccolato e ripiena di tenerezza, si scioglie nella sua dolcezza e nelle sue paure.

41ZmJVyXejL._SX336_BO1,204,203,200_Un folletto selvaggio, la chioma rossa ribelle, nasconde la sua femminilità in mises da Indiana Jones, giungendo sui luoghi dei relitti e dei delitti. Relitti umani, come la maestra Giuditta che la assolda di quando  in quando per farsi fotografare in pose provocanti; certo, purché Angela corregga le sue vistose imperfezioni fisiche. Immortala le miserie altrui, senza giudicare, anzi, sembrerebbe che per lei sia noiosa e sconcia proprio la banalità. E giunge sui luoghi dei delitti, quelli inconfessati e mummificati nelle vicende familiari. Gli scheletri negli armadi sono una costante nella vita di ognuno, ma in quanto mal riposti non possono rimanere chiusi in eterno in uno spazio così angusto.

Genitori separati e distanti anche in compresenza quando era piccola, i suoi: una madre rimasta eterna bambina, un padre in casa di riposo che non è, o finge di non essere presente a se stesso. La sua famiglia in fin del conti è rappresentata dal gatto e dall’amica del ristorante: con lei sono complici materialmente ed emotivamente.

Tra una scorribanda fotografica e un’altra, incontri con uomini che la tampinano e affreschi di quotidianità friulana, dopo la morte della nonna torna nei luoghi di origine della sua famiglia. Come nei romanzi di avventura a questo punto inizia La quest, il viaggio di ricerca. E risolvere un mistero che si affaccia al suo orizzonte diventa una necessità vitale. E’ giunto per lei il momento di crescere. Di stanare gli scheletri dagli armadi della sua casa.

Probabilmente, alla luce delle scoperte fatte, se fosse una persona reale e ci capitasse di incontrarla, ci troveremmo di fronte non più alla bimba/donna. Non più alla monella che butta in uno zainetto gli avanzi dei plumcake della colazione: augurandoci che della bambina sia rimasta la parte fragile e un filino selvatica che ogni donna, in quanto tale, dovrebbe preservare.

Un personaggio al quale ci si affeziona, da proteggere, se fosse qualcuno che conoscessimo, e da ammirare per onestà intellettuale; come quando l’autrice la fa mettere a nudo, e Angela si chiede se l’arrivo delle cosiddette feste comandate porti con sé il rischio di frequentare qualcuno solo per sopperire al senso di solitudine.

Alessandra Zenarola ha il dono di dipingere le atmosfere con le parole, fa materializzare sensazioni e sentimenti senza scadere nel mellifluo: i suoi sono tocchi di spatola, non di pennellino da eyeliner: seguono le sfaccettature e le angolature, le spigolosità e i grafici irregolari dei moti dell’animo umano. Ironica e puntuale. Le scenografie sono tridimensionali, si percepiscono colori, forme ed odori dei luoghi descritti. E in questo romanzo si è rivelata anche una notevole “signora del giallo”, l’epilogo è degno di un film del genere.

Prezioso.

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