Tutti i soldi del mondo: il valore di una vita

di Laura Caporusso

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“La felicità è nelle piccole cose”, recita un vecchio detto: per molti sarà sicuramente così, ma non per Jean Paul Getty (Christopher Plummer), uno degli uomini più ricchi e potenti del Pianeta. La sua avidità e la sua sete di denaro è direttamente proporzionale alla sua età anagrafica, e quando gli giunge notizia del rapimento del suo nipote prediletto niente lo riesce a smuovere dalle mura spesse e ben protette della sua tenuta in campagna.

Il vecchio Getty si ripara dalle telecamere e dalla vita sociale facendosi scudo con le sue immense proprietà, con i suoi investimenti che continuano a fruttargli soldi su soldi, lasciando la sua giovane nuora (Michelle Williams) in balia degli eventi, del circo mediatico che si sta costruendo attorno a lei e dei rapitori che non le vogliono dare informazioni concrete su suo figlio.

Ispirato a fatti realmente accaduti, il film ha già dato modo di far parlare di sé dopo le polemiche scaturite nel momento in cui è stato sostituito l’attore protagonista: inizialmente, infatti, il personaggio di Jean Paul Getty doveva essere interpretato da Kevin Spacey (che dopo le innumerevoli polemiche e le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti è stato immediatamente fatto fuori dalla produzione).

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Senza nulla togliere a Plummer e alla sua memorabile capacità attoriale nel calarsi nei panni di un vecchio avido e assetato di potere, a mio avviso credo che Spacey avrebbe saputo dare quel quid in più per rendere il film un vero e proprio capolavoro.
L’opera diretta da Ridley Scott ci mette comunque di fronte ad una situazione davvero paradossale e quantomeno bizzarra: c’è in gioco la vita di un ragazzo, erede di un impero milionario, e il vecchio Getty pensa soltanto a far crescere sempre di più il suo patrimonio senza preoccuparsi di trovare un modo per pagare il riscatto. Le uniche due persone che non si danno per vinte e che continuano a lottare contro tutto e tutti sono la madre del ragazzo, interpretata da una meravigliosa Michelle Williams (che, ormai, non ha più niente a che vedere con la giovane Jen di Dawson’s Creek) e il capo della sicurezza di Getty, abilmente interpretato da Mark Wahlberg.

La trama sembra, a tratti, richiamare la favola e la morale di A Christmas Carol, in cui l’avidità dell’uomo viene messa di fronte a qualcosa che va oltre i beni materiali: in fondo, “un uomo ricco non è altro che un pover’uomo con i soldi”. Che senso ha circondarsi di beni materiali, talvolta dal dubbio valore economico, se poi ti ritrovi da solo nel cuore della notte?

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Il film è una costante prova psicologica e di vera tensione, dal ritmo alto e serrato per quasi tutti i 133 minuti di proiezione, con momenti pressoché tragicomici e pieni di risentimento e astio tra i componenti della grande famiglia Getty.

Una madre disposta a tutto pur di mantenere in vita un figlio scomparso, un uomo senza scrupoli e dal cuore svuotato da ogni sentimento, un ragazzo costretto a subire torture che, in tutto quel trambusto, riesce a non perdere totalmente il controllo su se stesso riuscendo a scalfire il cuore di uno dei rapitori, che si dimostrerà confidente e unico vero amico per lui.

Ribadisco il concetto: anche se va fatto un grande applauso a Christopher Plummer, Kevin Spacey avrebbe reso il film un vero capolavoro. Chissà… magari gli sarebbe anche valsa la candidatura agli Oscar 2018.

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