Il difficile ruolo senza tradizione dei genitori moderni – Riprendiamoci i nostri figli

di Laura Pozzi

Riprendiamoci i nostri figli-outoutmagazine2.jpg

Si è svolta a Roma, appena due giorni fa nell’accogliente sala del Piccolo Eliseo, la presentazione del libro Riprendiamoci i nostri figli, scritto dal giornalista Antonio Polito attuale vicedirettore del Corriere della Sera. L’incontro moderato da Pietro Lucisano, Presidente del corso di laurea in Scienze della Formazione all’Università La Sapienza di Roma si è avvalso tra l’altro dell’intervento di Luca Barbareschi, noto estimatore dell’autore.

L’intento di Polito e la conseguente riflessione che ne scaturisce, conferisce al suo scritto un’urgenza senza scampo che non si limita ai soggetti descritti, che sono i genitori moderni, ma riguarda in modo globale l’intera società attuale avviata probabilmente ad un processo di autodistruzione senza ritorno. Dopo una lunga introduzione, che ha visto Lucisano illustrare dettagliatamente attraverso ricerche cicliche effettuate all’interno dell’Università come gli studenti d’oggi vivano il loro presente in condizione d’incertezza e fragilità, il dato rilevante e un po’ sorprendente è  stato scoprire come per molti  i genitori e la famiglia costituiscano il loro modello di riferimento soprattutto in termini di fiducia. Genitori definiti coraggiosi, un concetto impensabile per i giovani ribelli degli anni ’70.

Riprendiamoci i nostri figli-outoutmagazine1Ed è proprio da questo punto che prende avvio il discorso di Polito, che ha scritto il libro, non per evidenziarne le colpe, ma per sottolinearne la solitudine in relazione al difficile ruolo che si trovano ad ricoprire. Lo scritto vuole essere d’aiuto a tutti quei bravi genitori (e Polito conosce bene questa controversa realtà essendo padre di una ragazza di 23 anni e  di due gemelli di 8) che si trovano nella difficile condizione di educare figli irrimediabilmente plasmati da una realtà virtuale e da modelli poco rappresentativi. Il senso di fallimento e inadeguatezza che spesso, una madre e un padre si trovano a vivere è accentuato in gran parte dalle agenzie formative che contraddicono e ignorano il loro messaggio, evidente nel caso dei media, dei social e dalle star della rete. Lo scrittore si sofferma ad esempio sul concetto di sballo, che rappresenta la perdita momentanea di coscienza  e che al giorno d’oggi è sinonimo di divertimento, quando ad un’analisi più accurata risulta essere una patologia e una via di fuga da un presente angoscioso.

Polito non teme la polemica culturale, anzi la fomenta con il suo andare contro un modo di pensare e intendere la realtà, che sembra fare a meno della tradizione. Tradere-trasmettere, i giovani d’oggi hanno un bisogno disperato di recuperare la loro memoria, attraverso educatori capaci di trasmettere valori e conoscenze, anche in virtù di una ribellione, che da sempre caratterizza un’età particolarmente difficile e delicata. In questo senso un ruolo fondamentale spetta alla scuola, che dovrebbe garantire ad un genitore solidarietà e allo studente la capacità di elevarsi attraverso lo studio, ad un livello che gli permetta di essere competitivo nel mondo del lavoro. Flessibilità, intelligenza problem solving, sono questi i requisiti su cui dovrebbe basarsi la formazione scolastica, giovani innovatori capaci di risolvere i problemi senza dover ricorrere ad un superiore. Una realtà davvero inimmaginabile (almeno per il momento) in Italia, dove vige ancora la rincorsa al “pezzo di carta”, azzerando meriti e risorse individuali. Un altro aspetto inquietante su cui Polito focalizza l’attenzione è la perdita del linguaggio che grazie all’avvento di Internet e degli smartphone, ha ridotto in modo drastico e preoccupante il vocabolario dei giovani.

Riprendiamoci i nostri figli-outoutmagazine3.jpg

La società occidentale sembra non aver mai abbandonato la teoria formulata da Rousseau nel buon selvaggio, che esalta l’individuo non ancora mediato o cambiato dalla società in cui vive,  avulso dal peso della tradizione, dei padri e dall’autorità. Questo che era un discorso di un grande pensatore, oggi grazie ad internet sta arrivando al suo compimento. L’idea del giovane spontaneo, non ancora corrotto dalle medizioni della cultura, rappresenta un grave limite perché proprio il linguaggio è la più formidabile delle mediazioni. Senza, un individuo è incapace di esprimersi, di pensare e concepire idee e sentimenti, indispensabili nella comprensione dell’altro e in particolare dei figli. Il libro di Polito non fornisce soluzioni, come è giusto che sia, ma si pone come interessante apripista su una problematica talmente attuale da passare inosservata. Un testo da tenere a portata di mano, soprattutto per le future generazioni, a cui spetta il difficile compito di recuperare costumi, credenze e rituali del nostro passato che non meritano la più totale indifferenza a cui sembrano destinati.

Rispondi