White Christmas; il freddo, glaciale Natale di Black Mirror

di Gianluca Sforza

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Prosegue il nostro viaggio verso il Natale e questa volta parliamo di una delle migliori serie mai scritte: Black Mirror. Chiudete gli occhi e pensate a tutto quello che vi fa venire in mente il titolo del film per la televisione che stiamo per recensire; il focolare domestico con l’allegra compagnia di parenti, nonni e bambini davanti al camino acceso e a un calice di vino, il calore umano e un sentimento di bontà e di riconoscenza che emana dall’animo di ognuno di noi mentre scartiamo regali o seguiamo la Santa Messa di mezzanotte, il gatto che gioca con le palle dell’albero di Natale, il cane che abbaia mentre fa a pezzi il pupazzo di neve fuori in giardino. Bene, ora resettate tutto.

Siamo in Black Mirror, la serie di fantascienza britannica ideata da Charlie Brooker che ha come tema le relazioni umane al tempo di internet, che nel finale della seconda stagione (dicembre 2014) ci ha regalato l’episodio forse più complesso, geniale, irriverente e pessimista dell’intera serie, che già dal titolo sembra prendere per i fondelli lo spettatore, essendo i temi proposti nel racconto tutto meno che le calde atmosfere descritte sopra. White Christmas è talmente ricco di idee ed invenzioni, che difficilmente si trovano in altri film di fantascienza (cinematografici e televisivi) coevi.

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Ci troviamo in una remota dimora circondata da un paesaggio innevato e selvaggio. Due uomini, Matt Trent e Joe Potter si incontrano nella cucina di questa casa alla vigilia di Natale, non sappiamo perché si trovano in quel posto (pare da alcuni anni) che sembrerebbe piuttosto una sorta di prigione a domicilio; vediamo Matt molto più socievole e ciarliero, e assistiamo, mentre prepara la cena per entrambi,  al tentativo di socializzare con l’altro recluso piuttosto ombroso e taciturno; nel frattempo la radio accesa trasmette un rassicurante motivo natalizio. Matt dunque comincia a raccontare la sua storia, e parla del suo lavoro di “motivatore” di uomini timidi che hanno difficoltà a sedurre le donne, cosa resa possibile grazie a degli occhiali speciali chiamati “Z-Eye”; si tratta di un dispositivo ultra-tecnologico di realtà aumentata e irremovibile impiantato negli occhi che consente l’accesso a internet per vedere e ascoltare quello che i suoi clienti testimoniano e fanno, affinchè  persone come Matt possano dar loro consigli. Lo sviluppo della trama ci porta quindi a conoscere l’impacciato cliente di Matt – Harry – che ad una festa cerca di rimorchiare una ragazza bruna di nome Jennifer, forse perché la vede timida come lui, e dopo essersi consultato con Matt che fa su di lei una verifica sui database presenti in internet, comincia ad approcciarla. Grazie ai consigli di Matt tutto sembra andare a buon fine, e dopo i primi tentennamenti la ragazza si scioglie e invita Harry a dormire a casa sua. Ma sul più bello, scopriamo che il motivo per cui questo accade consiste in un fraintendimento da parte di Jennifer; difatti al locale la ragazza aveva visto inavvertitamente Harry parlare con il suo mental coach, ma non capendo esattamente di cosa si tratta aveva compreso che stesse parlando con delle voci invisibili che perseguitano anche lei. Scopriamo quindi la natura schizoide di Jennifer, che in un raptus di follia cerca di liberare la sua anima gemella e sé stessa da queste voci uccidendo Harry e poi togliendosi la vita; a questa scena non assiste solo Matt, ma anche alcuni curiosi che partecipano come spettatori collegati con gli Z-Eye. Matt cerca di cancellare le registrazioni di quello che ha visto e ha indirettamente provocato e ordina alla sua brigata di fare lo stesso, ma viene comunque scoperto dalla moglie che inorridita, lo blocca, ossia avvia un procedimento legale che ricalca l’omonimo che avviene su Facebook quando abbiamo deciso di liberarci di una persona con cui abbiamo litigato o da cui subiamo una sorta di stalking. Matt (il quale ricordiamolo, ha impiantati in modo irreversibile questi occhiali speciali negli occhi) non potrà più vedere il suo viso né sentire la sua voce.

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Mentre il suo taciturno compagno di prigione (?) Joe lo ascolta incuriosito e stupefatto veniamo introdotti dal proseguio del racconto alla seconda attività lavorativa di Matt, che anzi fa sembrare la prima come un semplice hobby. Grazie alle nuove tecnologie è possibile impiantare un chip nel cervello di una qualsiasi persona al fine di creare una sorta di copia della sua coscienza e personalità, che nel film è chiamata “cookie”. Questa copia immateriale che ha lo stesso aspetto della persona reale ovviamente non sa di essere un replicante fittizio, ma soprattutto non è consapevole dell’orribile destino di schiava che la aspetta per il resto dell’eternità. Matt lavora per un’ azienda che crea segretarie personalizzate immateriali dei suoi clienti, e una di esse  – Greta – si fa appunto creare una di queste copie affinchè diventi la sua agenda appuntamenti per il resto della sua vita avendo il vantaggio di conoscere perfettamente ogni aspetto della sua personalità. Assistiamo quindi al tentativo di Matt di convincere una di queste sventurate schiave del ruolo che dovrà svolgere, Greta, anzi “Greta cookie”, una volta che è stata creata; lei protesta vigorosamente affermando di essere la vera Greta; allora Matt la tortura in modo decisamente originale; tramite un dispositivo riesce a rallentare il tempo della casa a forma di uovo dove si trova il cookie, in modo che se nella realtà (quella di Matt) sono passati ad esempio 15 minuti, la percezione temporale del cookie si dilata enormemente arrivando ad una estensione di settimane o mesi interi che il cookie passa nella casa senza poter fare nulla, letteralmente impazzendo di noia. Alla fine Greta cookie si arrende, e accetta il ruolo per cui è stata creata.

Finito il racconto della vita di Matt osserviamo Joe apparire ora inorridito dal viscido cinismo che richiede un lavoro di questo tipo e afferma senza mezzi termini il disprezzo che prova nei confronti di Matt. Ad ogni modo dopo la confessione del primo anche Joe, finora totalmente passivo anche nell’espressione, si scioglie e comincia a raccontare la propria storia.

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Conosciamo quindi la vicenda personale di Joe, che aveva una fidanzata di nome Beth che amava moltissimo, la quale invece non tollerava il suo (di Joe) vizio dell’alcool. Dopo una serata passata con una coppia di amici Beth è di cattivo umore – Joe pensa per colpa della sua ennesima sbronza – ma si accorge ben presto che la sua fidanzata è incinta. Comincia quindi una discussione tra i due sulla decisione di tenere il bambino o meno (lei vorrebbe abortire) e dopo altri scontri verbali nei giorni successivi Beth decide di bloccarlo, secondo la procedura legale che abbiamo visto sopra. Veniamo a conoscenza quindi che l’applicazione degli Z-eye è abbastanza diffusa tra la popolazione del futuro immaginato da Black Mirror. Joe in qualche modo non si perde d’animo e continua a spiare Beth da lontano, e venendo a sapere da amici che la ragazza passa le vacanze di Natale presso la casa di campagna del padre, decide di spiarla da una cabina a una certa distanza. Scopre così che Beth in realtà non ha abortito e ha anzi partorito una bambina sulla quale permane però la stessa restrizione legale che subisce già con la ex fidanzata, ossia non la può vedere o ascoltare e deve rimanere a debita distanza. Un giorno però Beth muore in un incidente ferroviario, e questo consente automaticamente la disattivazione del blocco nei confronti della bambina. Joe quindi si arma di coraggio ed entra con circospezione nella casa, guarda la bambina che gli sta di spalle, la gira, ma in quel momento si accorge che ha gli occhi a mandorla. La bambina non è dunque sua figlia, ma è il frutto di un tradimento di Beth con un suo collega asiatico! Si spiega così la reazione isterica di Beth una volta capito di essere incinta e la decisione di bloccare Joe per impedire che si accorgesse del tradimento.

La reazione di Joe è rabbiosa, e dopo una colluttazione col nonno della bimba lo uccide accidentalmente colpendolo con il globo di neve che aveva portato come regalo di Natale per la bambina.

Della trama non raccontiamo altro, anche per non rovinare a chi non ha ancora visto il film il grande colpo di scena finale degno di un episodio che rimane sempre su livelli altissimi sia nella capacità di produrre suspence che di descrivere nei suoi elementi essenziali una società fredda e iper-tecnologica, dove vivono persone profondamente alienate e ciniche. In White Christmas non c’è spazio per i sentimenti che sono appannaggio di persone fallite come Joe, doppiamente vittima della sua fidanzata e di un sistema giudiziario che lo punisce senza aver commesso una vera colpa.

Il terreno per le infrazioni commesse dai protagonisti di White Christmas è in qualche modo preparato dalle stesse istituzioni atte a reprimerle, essendo le persone perennemente connesse di questa società distopica niente altro che dei “guardoni” che spiano la vita degli altri dal buco della serratura. La regia è ferma e sicura, gli attori sono credibili; gli ambienti asettici e i colori freddi contribuiscono a moltiplicare il senso di straniamento in chi guarda. Alla fine anche il cinico Matt avrà quel che si merita, ma questo non rende il finale di White Christmas meno amaro allo spettatore che rimane con un profondo senso di vuoto e costernazione.

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