Gli innominati di Abel Ferrara: Il nostro Natale

di Laura Pozzi

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Nell’ormai lontano 2001, l’oscuro e controverso Abel Ferrara reduce da due clamorosi insuccessi (Blackout, 1997 e New Rose Hotel, 1998), realizza Il nostro Natale, pellicola che gli consente di quietare temporaneamente l’animosità di critici intransigenti e mettere a tacere voci su una presunta crisi professionale.

Il film, presentato tra l’altro nella sezione Un certain regard del 54° festival di Cannes, viene accolto con grande favore dagli addetti ai lavori e con discreto successo dal pubblico. Chi conosce l’ambiguo e peccaminoso universo di Ferrara, sa bene che ogni sua opera rappresenta una scommessa e una seducente sfida per lo spettatore che si trova ad interagire con personaggi immorali e poco raccomandabili sempre sull’orlo del baratro, ma non troppo distanti da una tarda e alle volte inevitabile redenzione.

Non fa eccezione questo ‘R Xmas, che vede protagonista una tranquilla (in apparenza) famiglia newyorkese di origine ispanica composta da un padre e una madre di bell’aspetto, ma di cui non è dato sapere nome e da una vivace figlioletta particolarmente eccitata al pensiero di trovare la  party girl dei sogni sotto l’albero. Sarà proprio la spossante ricerca dell’ introvabile bambola a  far precipitare gli eventi innescando una reazione a catena dagli effetti devastanti, quanto imprevedibili.

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Questo perché i due coniugi, tolti gli eleganti e rassicuranti abiti di genitori modello, vestono i panni di spacciatori professionisti, che devono la loro vita agiata agli sporchi traffici condotti tra Sudamerica e Stati Uniti La storia, come sottolinea prontamente la didascalia d’apertura si svolge nel 1993 durante gli ultimi giorni del mandato di David Dinkins primo sindaco afro-americano di New York che durante l’elezione aveva fatto ben sperare nella  risoluzione dello spinoso problema razziale da sempre presente nell’infuocate strade newyorkesi, per poi deludere le aspettative e lasciare campo aperto alla tolleranza zero di Rudolph Giuliani eletto dopo poche settimane.

La precisazione è d’obbligo per respirare appieno il clima incandescente, ma non troppo esibito esalato dalla storia, che trova nella droga, nella corruzione della polizia e nel denaro facile le carte vincenti  per giocare all’interno di una situazione fuori controllo, che raggiunge il suo apice nel rapimento dell’uomo e nella conseguente richiesta di riscatto particolarmente critica per la moglie lasciata in balia del fato. Ma il gangster con cui avvierà le trattative, oltre a rivelarsi un inatteso e ruvido gentleman, sarà anche il corresponsabile di un atipico e poco riconciliante happy end che assomiglia più ad un finale aperto che ad una vera e propria conclusione della storia. I conflitti interiori di Ferrara, rispecchiano fedelmente il suo cinema decadente, che lungi dal trovare consensi, non lascia indifferenti e riesce a far breccia grazie a scelte narrative controcorrenti e intuizioni registiche di notevole intensità.

Basti pensare alla sequenza d’apertura,  dove il mondo fintamente ovattato presentato tra canti, auguri e regali natalizi,  si trasformerà da lì a poco in un inferno dorato. Un film che vive di grandi momenti, supportato da un ottimo cast (in particolare la devota femme fatale Drea De Matteo) e dalla stravagante idea che a Natale la vita non è poi così meravigliosa.

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