Natale in casa Cupiello, il richiamo della festa

di Beatrice Andreani

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Con Natale in Casa Cupiello parte il nostro conto alla rovescia verso le vacanze natalizie. Ogni giorno vi racconteremo una pellicola che a suo e nostro modo di vedere ha segnato la storia del Natale.

In scena per la prima volta il 21 dicembre del 1931 al teatro Kursaal di Napoli, Natale in casa Cupiello è una commedia in tre atti, poi trasposta due volte nel piccolo schermo: nel 1962 e nel 1977.

La storia si delinea come l’analisi tragicomica di uno strato sociale intento a gestire, consapevolmente o meno, piccoli drammi e gelosie interni alle mura domestiche. In un assetto casalingo, tradizionale, lontano dal rumore, la costruzione del presepe occupa la scena sin dall’inizio, sin dalle prime scene, facendone da fil rouge.

Dalla mattina della Vigilia sino alla notte di Natale, Luca Cupiello (Eduardo De Filippo) si mostra come un amante delle tradizioni e un indolente capofamiglia. La ricorrente domanda che pone al figlio “Te piace ‘o presepe?” è la martellante richiesta di un uomo speranzoso, che tenta di trasmettere al giovane i suoi valori.

Natale in casa Cupiello - outoutmagazine (4).jpgEgli cerca di dare corpo ad un rituale (la costruzione del presepe appunto) che finisce per diventare l’unico atto da lui realmente controllabile, mentre all’interno della casa prendono vita dinamiche di forza e compromessi di cui l’uomo è all’oscuro. Solo nel compimento di questa rassicurante “liturgia”, Luca Cupiello si sente ancora capace d’imporsi. Il presepe assurge a simbolo del mondo tradizionale.

Un pezzo alla volta, statuine, lucine, fanno da sfondo ad un gioco delle parti che non è poi tanto distante dai meccanismi reali. Ed è proprio questa “realtà nascosta”, in questo caso quella che una famiglia come tante vive all’interno delle mura domestiche, che Eduardo ha voluto rappresentare.

L’ambientazione natalizia, occasione di ritrovo familiare, rende maggiormente esplicativi i processi con cui questi personaggi si muovono. Ci troviamo davanti ad una classe sociale priva di obiettivi a lungo raggio, che non chiede più di quello che già ha e che non si preoccupa di elevarsi culturalmente, ma è in cerca soltanto di strategie di sopravvivenza. Non si tratta dell’analisi di una società passata, quella che prende forma in questi tre atti, ma è una rappresentazione veritiera di situazioni sempre presenti.

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L’autore definì la genesi di questa commedia come “Un parto trigemino della durata di quattro anni”. I personaggi sono disegnati con caratteristiche decisamente emblematiche. Da Concetta, moglie di Luca, che è forse l’unica che davvero sopporta le lamentele del marito e che si prende carico dei problemi coniugali della figlia Ninuccia, al figlio Tommasino, nullafacente, sempre in lite con lo zio Pasqualino a sua volta scapolo di mezza età.

La commedia di De Filippo esprime in tutto il suo umorismo i giochi di relazione all’interno di una famiglia semplice ed appartenente agli strati più bassi della società. Eduardo ci mostra come la famiglia sia il sacrario in cui tutti siamo chiamati, nel bene o nel male, a prendere delle decisioni e ha saputo raccontare, come pochi, la verità dei rapporti parentali, con delicatezza e sottile ironia drammatica.

Come poter biasimare, quindi, la battuta iniziale di Pasqualino (Peppino De Filippo) quando lo sentiamo imprecare: “I parenti, Dio ce ne scampi e liberi!”.

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