Tre Manifesti a Ebbing, Missouri: la guerra di Mildred

di Valerio Di Giovannantonio

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Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è il nuovo film scritto e diretto da Martin McDonagh presentato in concorso alla mostra del cinema di Venezia e candidato ai Golden Globes 2018 in sei categorie tra cui miglior film drammatico, miglior regista, migliore attrice (Frances McDormand) e miglior attore (Sam Rockwell). Nomination assolutamente meritevoli per un film irresistibile incoronato da un cast in stato di grazia e dialoghi di ferro.

Si tratta dell’ennesima perla che va ad aggiungersi alla filmografia dell’autore irlandese Martin McDonagh (fratello dell’altrettanto bravo John Michael McDonagh), il quale, dopo Seven Psycopath del 2012 e il sorprendente esordio In Bruges nel 2008, arriva a firmare quello che forse è il suo film più equilibrato e preciso. Una parabola ambientata in una piccola realtà di provincia che diviene teatro di allegorie, scontri e personaggi grotteschi carichi di complessità su cui il regista ha fondato una vera e propria poetica.

Un lento movimento di macchina ci conduce nella località di Ebbing e attraverso il dipanarsi della nebbia siamo già in presenza di una lirica evocativa che illumina lo scenario con potenza emotiva e ambiguità straniante. Qui si palesano tre tabelloni spogli, distrutti e abbandonati su una strada persa nel nulla che si carica di struggente significato rappresentando quella giustizia sfuggevole che scuoterà l’intero racconto. I tre manifesti del titolo, rubati dalla realtà, saranno infatti la scintilla che metterà in discussione l’identità del paese, dell’America e, in definitiva, di tutti coloro che sono involontari ed ignari testimoni di un delitto simbolicamente irrisolto. Non ci sono colpevoli, anzi, per meglio dire, non riusciamo a trovarli: sappiamo solo che esistono e restano nascosti da qualche parte, forse proprio dentro di noi che guardiamo sentendoci al sicuro dal giudizio o che ci rassegniamo all’inutilità (anch’essa grottesca) della vita.

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Frances McDormand è Mildred, madre della defunta Angela Hayes, donna stanca e mossa ormai solo da sacro furore. Il termine sacro non è casuale, tutto nel film di McDonagh rimanda ad un gesto di fede – o ad una sua mancanza –, una liturgia che priva di solennità spirituale si sposta e assesta sui bifolchi di Ebbing. Significativa è la scena dove Mildred dialoga con un cervo apparentemente divino spogliato dalla donna stessa di ogni deriva celestiale: “non sei l’incarnazione di mia figlia”, afferma sofferente, “non farmi credere di esserlo!”. E allora Mildred, che non crede ai miracoli, scende in guerra e lì, in mezzo alla nebbia e al nulla, piazza il suo grido di battaglia. Sangue irlandese, quello di McDonagh; sangue facile, quello di Coeniana matrice; sangue di una madre, di una figlia, di una donna; sangue degli ingiusti; Insomma, sangue e redenzione ad Ebbing, Missouri. E’ l’umanità al suo peggio che barcollando cerca di rialzarsi e scovare un amore forse mai veramente conosciuto. Funziona molto bene in tal senso la breve partecipazione di Peter Dinklage che nell’esile intenzione di amare Mildred è costantemente rifiutato e deriso per la sua deformazione che a ben vedere, secondo gli standard di questo microcosmo, è più emotiva che fisica.

Il sud del Missouri evocato ad Ebbing perde presto i suoi confini e diventa uno spazio emblematico ricco di riflessioni morali gestite in maniera brillante da uno script che, laddove emerge il thriller, tiene sempre a sottolineare i toni spietati da commedia. La risata qui non ha lo scopo di evitare un peso eccessivo allo spettatore, anzi lo esalta. La risata è sempre beffarda, provocatoria, assurda, fuori luogo e sopra ogni altra cosa appare senza speranza. Ridiamo del male in queste ore passate ad Ebbing, ridiamo per nasconderci da Mildred.

Vera e propria punta di diamante dell’ottima confezione firmata dal regista di In Bruges è il cast-ensamble praticamente perfetto. Su tutti spiccano una Frances McDormand viscerale impegnata in quella che ci sembra essere la sua migliore interpretazione dai tempi di Fargo (se non teniamo da conto la meravigliosa miniserie televisiva HBO Olive Kitteridge). Altrettanto in forma è Sam Rockwell che incarnando l’anima confusa di Ebbing – e non solo – è capace di portare il suo personaggio sulle montagne russe, coprendo ogni zona e regalandoci una delle performance più audaci e sorprendenti dell’annata. Insieme a loro troviamo lo sceriffo Willoughby interpretato da Woody Harrelson alla sua seconda collaborazione con il regista dopo Sette Psicopatici, dove recitava sempre affiancato da Rockwell. Willoughby è un corpo morto che cammina, un’anima predestinata con un piede tra i giusti e l’altro tra i carnefici. Malato di cancro lo sceriffo è colui che riconosce l’ingiustizia e la fallacità della vita, ma che non ha saputo fare nulla per fermarla e forse proprio per questo, simbolicamente, ne paga il prezzo. Ancora una volta è la violenza che porta conforto accelerando brutalmente il superamento della sofferenza e lasciando calare un silenzio che spera di essere ignorato.

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Ma cosa sono quei tre cartelloni del titolo? I tre manifesti sin da subito ci appaiono come lapidi caratterizzate da scritte nere su rosso accesso: “Stuprata mentre veniva uccisa”; “E ancora nessun arresto”; “Come mai, sceriffo Willoughby?”. Ma le lapidi non sono dedicate alla vittima, le effigi si riferiscono alla giustizia o meglio alla sua ambigua assenza incarnata dalle istituzioni ora superficialmente innocenti, ora colpevoli di non aver fatto abbastanza e da una posizione ideologica rinviata al giudizio del pubblico.

Gli stereotipi cari a Martin McDonagh tornano in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri per umanizzare i personaggi, rendendo “veri” archetipi altrimenti fin troppo vicini alla parodia. Assistiamo alla formazione di una inaspettata alleanza caratterizzata dalla (con)fusione tra bene e male, giusto e sbagliato, la quale ci condurrà fuori dai confini fittizi della trama, pronti finalmente a portare a compimento questo viaggio biblico senza Dio. Dove andranno infine i personaggi e cosa faranno non lo sappiamo, però a Ebbing la nebbia inizia a svanire incerta e mentre ascoltiamo il canto solenne di Amy Annelle sul brano Buckskin Station Blues di Townes Van Zandt, il sipario si chiude. “Time there was, and time there will be. Where does that leave me and you?”

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