Sangue di ferro, cuore di ghiaccio: Dickens – L’uomo che inventò il Natale

di Laura Pozzi

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Fra le varie primizie che come ogni anno affollano lo scoppiettante calderone natalizio, arriva nelle nostre sale, il prossimo 21 dicembre Dickens – L’uomo che inventò il Natale. Il film presentato in prima internazionale all’ultima edizione del Torino Film Festival si colloca, almeno nelle intenzioni, tra le più interessanti e originali rivisitazioni della celebre favola natalizia Canto di Natale.

L’incantevole volumetto scritto da Dickens in sole sei settimane, vede luce il 19 dicembre 1843, diventando uno dei libri più amati e venduti di tutti i tempi. Non è difficile capire perché, dal momento che risulta quasi impossibile non appassionarsi all’avaro e incompreso Ebenezer Scrooge che insieme agli spiriti del passato, presente e futuro, ha dato nuovo significato alla festa più celebrata dell’anno. In effetti il racconto, ha settato nuovi standard per quello che riguarda il festeggiamento del Natale, aggiungendo una serie di usanze ancora popolari ai nostri giorni.

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Ma se in molti conoscono la favola, in pochi sanno la storia che si cela dietro la sua creazione. Ed è proprio su questo punto, che il film diretto da Bharat Nalluri focalizza l’attenzione, dando vita ad un biopic che in parte convince e in parte lascia la spiacevole sensazione di un’occasione mancata. Dickens, dopo lo strepitoso successo di Oliver Twist, che lo porta ad affrontare un lungo tour promozionale in America, rientra a Londra in piena crisi creativa e finanziaria. Lo stile di vita dispendioso e l’arrivo di un nuovo pargolo, non gli concedono tregua e nonostante il blocco dello scrittore sia in agguato, riesce a trovare la giusta ispirazione grazie ai racconti fantastici di una domestica irlandese. Contro il volere di tutti s’impegna a scrivere un racconto, che trasformi il Natale da semplice festa religiosa ad un momento di massima condivisone di valori come famiglia, benevolenza e buone intenzioni.

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Il percorso creativo non sarà dei più agevoli, perché lo stravagante Charles, nell’ideare l’avaro e anaffettivo Scrooge, dovrà fare i conti con i fantasmi che popolano il suo oscuro passato e con un rapporto padre figlio dai contorni dolorosi, in grado di punzecchiare il suo inconscio di bambino ferito. La parte più innovativa e stimolante del film è proprio quella in cui lo scrittore chiuso nel disordine del suo studio, dialoga e discute con i personaggi, che in più occasioni dimostrano scarsa affinità con il loro creatore che non riesce ad imporre la sua visione. La ricerca ossessiva di un buon finale, conduce Dickens sull’orlo di una crisi di nervi rivelando una duplice personalità a metà strada fra il gentleman e l’uomo che porta i segni indelebili di un’infanzia marchiata da miseria e povertà.

I sofferti confronti con Scrooge (un superlativo Christopher Plummer), rivelano l’anima di un uomo che dietro ad un’apparente frivolezza e le bizzarre ossessioni ha paura di mostrare il lato più profondo di se. Grazie al suo oscuro antagonista, riuscirà ad affrontare i traumi della sua inquieta esistenza donando nuovo equilibrio alla sua turbolenta vita privata. La geniale intuizione di mostrare il processo creativo non trova però la giusta corrispondenza con quello che vive al di fuori e il film nonostante una buona dose di humor e ad una superba ricostruzione della Londra vittoriana  finisce per essere didascalico e poco coinvolgente con una  regia piatta e confusa. Nonostante dubbi e perplessità resta comunque un prodotto dignitoso e una valida alternativa ai tanti film usa e getta pronti ad invadere come un morbo le nostre sale.

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