Le cinque giornate, una svolta storica

di Fabrizio Spurio

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Prosegue il nostro viaggio nella filmografia di argento. Nel 1973 esce nei cinema italiani Le cinque giornate. Film in costume che esce dai congeniali canoni del suo cinema abituale. Cainazzo (Adriano Celentano) e Romolo (Enzo Cerusico) sono due personaggi che casualmente si ritrovano a vivere dentro una rivoluzione. Milano è travolta dai moti insurrezionali del popolo contro gli austriaci, e i due protagonisti vivono la rivoluzione attraverso episodi e situazioni che incontrano lungo il tragitto che li porta ad attraversare la città.

Si trovano incastrati in un meccanismo dal quale non sembra esserci uscita, le situazioni li catturano e li trascinano dentro le storie delle persone che, nel bene o nel male, cercano di portare avanti le loro esistenze dopo che si sono trovate ad affrontare una cosa più grande di loro. Tutti i personaggi incontrati dai due sembrano voler trovare un qualche vantaggio dal caos imperante nella città. Cainazzo, più che Romolo (molto più ingenuo e “pulito” del suo amico milanese), si rende conto di cosa veramente succede in questa rivoluzione, capisce anche senza avere una particolare cultura, del marciume che li circonda, un marciume dell’animo.

Le_cinque_giornate_-_Adriano_Celentano.pngAnzi, c’è quasi un discorso sotterraneo contro quella cultura, fatta di ideologie e belle parole, aliene al popolo povero e ignorante, e per questo ammirate ed elevate a rango sociale superiore proprio da quel popolo analfabeta che subisce la falsità di questa classe nobile e, sembrerebbe, più istruita. Cainazzo è un uomo semplice, vede, analizza quello che gli succede intorno, e proprio la sua semplicità lo porta ad avere una moralità quasi infantile: lui è un ladro, ma ruba per vivere, non certo per fare male agli altri. Non vuole fare male agli altri, anzi, cerca di fare del suo meglio, nei suoi limiti, come nella sequenza della donna incinta: lui e Romolo, anche se non sanno come fare, cercano di aiutare la ragazza, abbandonata da tutti, a partorire, ed alla fine prova quella gioia, anche se momentanea, della paternità divisa con Romolo.

Ma come detto si tratta di un episodio positivo in mezzo a tante altre storie di squallore. La nobiltà è quella che viene descritta in maniera più impietosa dal regista. La contessa (interpretata da Marilù Tolo) è una ninfomane che cerca appagamento nei corpi dei rivoltosi, nella sua mente non esiste ideale e solidarietà. Forse neanche riesce a concepire l’idea di una rivoluzione per il bene del popolo, in quanto sembra vivere solo nel suo mondo di lusso e nobiltà e non riesce a concepire la vita misera di chi è al di fuori della sua sfera di conoscenza. Aiuta nella costruzione delle barricate a protezione dei rivoltosi, ma per lei è solo un gioco divertente, una variazione alla noia quotidiana. Sembra prendere coscienza dell’orrore quando un uomo le muore di fronte, schizzandola di sangue. Ma è un lampo, la sua mente devia quell’attimo di lucidità in una nuova devianza: la passione sfrenata per il sangue e i corpi sudati dei combattenti.

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Il nobile laido che vive nel suo palazzo con la cugina ormai impazzita che non esita a dedicare tenere e lascive attenzioni al parente decaduto. Il barone Tranzunto, che improvvisa e guida la sua compagine di rivoluzionari si rivelerà addirittura più violento e spietato degli odiati austriaci: non esiterà a uccidere un uomo inerme e violentare la donna colpevole di essere stata l’amante di un “invasore”. Sarà l’intervento di Romolo a fermare quest’azione turpe, ma a caro prezzo.

Insomma tutta la classe dirigente di Milano, la nobiltà, il clero, sembra creare questa rivoluzione solo per poter scalzare il nemico austriaco e prenderne il posto di potere. La corruzione è ovunque, anche in quelle persone che si sono fatte simbolo della rivolta, come dimostra Zampino amico/collega/ladro di Cainazzo, che prima si erge a difensore del popolo oppresso (che arriverà a dargli il nome di Libertà) per poi scoprire che in realtà c’è uno scopo molto meno nobile nelle sue azioni.

La rivoluzione quindi diventa una scusa. Di fronte all’anarchia tutto ciò che nasce dall’uomo si può esprimere lasciando da parte il controllo, e quindi ecco che dilagano violenza (il massacro degli austriaci è di una violenza selvaggia enorme, ci si chiede veramente chi siano “i buoni” e chi “i cattivi”), sesso indiscriminato, ma sopratutto annullamento della personalità  e dell’empatia con il prossimo. C’è solo il profitto personale perpetrato da pochi a sfavore dei meno fortunati.

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Emblematico il finale in cui Cainazzo, davanti alla folla capisce cosa è successo: si rende conto che sul palco per i festeggiamenti della liberazione, non c’è nessuno del popolo, ma solo i nobili che già prima di quella rivoluzione occupavano posti di rilievo, ma ancora non avevano la città in pugno.

Cainazzo capisce tutto questo, e si rende conto della beffa che è stata intessuta intorno al popolo, anche a costo di tante vite umane perdute nel conflitto. Emblematica la sua ultima frase a fine film, quel “c’hanno fregato” che risulta essere si un urlo di ribellione verso il potere, ma anche una resa rassegnata del fatto che chi è nato povero e ignorante, tale resterà, per il semplice volere di chi controlla le classi sociali che non vuole che il popolo capisca e prenda coscienza della propria condizione di inferiorità.

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