Jumanji – Welcome to the jungle… più indietro della pedina dovrai ritornare!

di Valerio Di Giovannantonio

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Jumanji – Welcome to the Jungle, diretto da Jake Kasdan, è un reboot costretto ad essere a suo malgrado anche sequel dell’omonimo film del 1995 con Robin Williams. La nuova avventura vede protagonisti Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart e Karen Gillan immersi nella minacciosa giungla del popolare gioco da tavola.

Mentre l’estetica anni ottanta impazza sempre di più sul grande e piccolo schermo, quella dei novanta ancora fatica ad essere trattata a dovere e qui, infatti, la troviamo relegata ad un processo di adattamento generazionale che snaturalizza del tutto il film originale trasformandolo in una commedia leggera, se non addirittura frivola, dove la logica del videogame, maldestra e mai coerente, sotterra ogni possibile tentativo della narrazione e della caratterizzazione dei personaggi; quest’ultimi in particolare predestinati a diventare un guscio vuoto, degli avatar di sé stessi in una giungla anonima nonostante il costante impegno di chiamarla Jumanji.

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Laddove nel film di Joe Johnson gli elementi del gioco venivano catapultati nella realtà come interessanti allegorie sul crescere ed affrontare i propri traumi, qui siamo noi ad essere teletrasportati all’interno di un gioco auto-condannatosi alla virtualità: la giungla di Jumanji, apparsa nella serie animata e mai vista nel film originale, è ora un ordinario videogame pomposo e banalmente retrò rispetto agli standard odierni. Dopo un breve prologo in cui vediamo scomparire un personaggio abbastanza dimenticabile nonostante la sua futura e discutibile importanza, assistiamo all’incontro di un gruppetto di ragazzi-archetipi che, costretti a passare insieme una giornata in punizione, scoprono un polveroso videogame e decidono di provarlo. I nostri eroi, costruiti per una ventina di minuti su una serie di imbarazzanti cliché, vengono digitalizzati davanti ai nostri occhi nei corrispettivi avatar e catapultati nel mondo di Jumanji 2.0. Da qui potremmo dire che è già tutto in discesa, poiché l’intera avventura ruoterà intorno all’umorismo che questa trasformazione porta con sé, giocando tra il gradevole e il ridondante su una prolissa condizione di typecasting.

Dwayne Johnson è il Dr. Smolder Bravestone, muscoloso avatar del timido nerd Spencer interpretato da Alex Wolff. A differenza del suo user, il Dr. Bravestone non ha debolezze, solo punti forza e simpatico carisma. Preoccupa e sorprende che la punta massima della discussione tematica di questo Jumanji risieda nel dubbio intrappolato nella figura di Spencer sul restare nei panni fieri e fittizi di un sé stesso alternativo, oppure tornare alla realtà ed accettarsi per quello che si è veramente. Un quesito trattato superficialmente durante la storia e che non riesce di certo a coinvolgere emotivamente il pubblico. Il resto della combriccola, invece, serve per avanzare tra i vari livelli creando facile ironia con cui spezzare la già assente tensione drammatica. La timida e alternativa Martha (Megan Turner) si trasforma all’interno del videogioco nella splendida e grintosa Karen Gillan per la gioia di tutti i whovian in sala, mentre la svampita di turno sceglie come alter-ego le fattezze di un grassottello professore interpretato da un sempre simpatico Jack Black. Chiude la rosa di personaggi poco interessanti l’avatar con il corpo piccolo di Kevin Hart, che troviamo ancora una volta nei panni di sé stesso. La scarsa capacità performativa del comico statunitense finisce per evidenziare involontariamente un eccesso di zelo da parte del resto del cast nel cercare di rappresentare un qualcosa di contrastante rispetto al loro aspetto. Proprio sullo scarto tra personalità dei personaggi e apparenza dei vari avatar, risiede l’umorismo che invade e soffoca questa nuova versione di Jumanji.

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L’esile trama all’interno del videogame è fino ad un certo punto dominata da una cura per le regole del mondo videoludico, troviamo infatti le statistiche dei vari giocatori con tanto di punti forza e debolezze, ma anche particolarità come i personaggi non giocabili e le note “cut-scene” che intervengono per offrire esposizione. Sorprende dunque che dopo pochi minuti il film comincia a dimenticarsi di rispettare le sue stesse regole: in seguito al primo flashback, riconosciuto dai personaggi stessi come tale, tutto comincia a sgretolarsi. Se da una parte ci viene mostrata l’artificialità di questa giungla palesemente virtuale in ogni suo aspetto, dall’altra assistiamo ad un montaggio alternato che sembra voler restituire un senso di vitalità in un mondo che per definizione dovrebbe esserne privo. In un videogioco gli eventi si materializzano mentre si procede e fino ad un certo punto Jumanji – Welcome to the Jungle sembra proprio volerlo sottolineare (con tanto di p.n.g. costretti a ripetere le stesse frasi all’infinito fino a quando i giocatori non offrono la giusta domanda), poi però finisce per tradirsi da solo nel mostrarci a più riprese eventi che accadono contemporaneamente all’avanzamento dei personaggi, in un altrove che sconvolge le regole del gioco rendendo vano ogni tentativo di stabilirle. Bobby Cannevale, sprecatissimo nel suo ruolo, è il cattivo di turno: un despota da giungla che riesce a controllare l’intelligenza artificiale materializzando ogni singolo feroce animale a suo comodo (in realtà solo qualche insetto e un po’ di pantere). Il viaggio dei nostri eroi, dotati di tre vite a testa, si svolgerà attraverso una serie di livelli poco sviluppati e conditi passo dopo passo da una nota sul loro legame privato risolta tra battute e un paio storielle d’amore senza particolari stimoli creativi.

Nel “vecchio” Jumanji ricordiamo una struttura emotiva decisamente forte e struggente su cui era stata costruita un’avventura comunque ricca di spettacolo visivo e divertimento. Il gioco era all’epoca un minaccioso patto ludico che veniva proposto a coloro che, colmi di dolore, riuscivano ad avvertire il suono dei tamburi della giungla di Jumanji. Del resto, come recitavano le istruzioni, si tratta di “un gioco che sa trasportar chi questo mondo vuol lasciar” e i protagonisti del film di Joe Johnston erano personaggi in crisi e con fratture emotive devastanti. Nel 2017 il gioco si ripresenta ai nostri occhi del tutto spogliato di queste finezze e le sue nuove vesti sono giovani, frizzanti, bisognose d’affetto, digeribili e adatte ad un pubblico che ormai necessita di essere protetto e costantemente anestetizzato dalle immagini. Con eccessiva cattiveria ci stiamo approcciando alla lettura di questa produzione, un sequel che però fa di tutto per essere visto come parte integrante del film del 1995 e proprio per questo ne subisce le conseguenze. Paradossalmente, il film di scarso successo del 2005 Zathura, variazione sul tema sci-fi del libro di Chris Van Allsburh da cui è tratto Jumanji, soffriva molto meno il paragone proprio perché almeno si dichiarava autonomo e indipendente. Il film di Jake Kasdan invece fa di tutto per affabularsi il consenso nostalgico e non riesce nel tentativo di rivoluzionare i confini di un film-gioco che funzionava benissimo così come era, senza dunque il bisogno di essere banalizzato ed edulcorato. Più che in Jumanji, dunque, ci troviamo in realtà dalle parti di una delle tante recenti commedie con Dwayne Johnson, come Baywatch o ancora meglio (anzi, peggio) Central Intelligence dove tra l’altro si notano dinamiche fin troppo simili a quelle viste qui tra la star e ,Kevin Hart. Un fastidioso ripetersi che diverte moltissimo nelle prime sequenze, ma che finisce presto per stancare.

Insomma, cosa vuole essere Jumanji – Welcome to the Jungle? Preso atto che come sequel e reboot funziona poco o niente, resta allora una frizzante commedia con quattro personaggi immersi in un videogioco che non si prende mai troppo sul serio. I tanti ammiccamenti pieni di malizia rendono dubbio il target del film che altrimenti sarebbe stato ottimo per i più piccini e invece, ancora una volta, pare palesemente riferito a coloro che con il Jumanji del ’95 sono cresciuti. Quei tamburi che una volta suonavano per ragazzi soli, abbandonati e pronti a fare a pugni con il mondo, ora suonano per cliché avviliti, caricature di una pessima rivisitazione millennial del Breakfast Club, dove il protagonista ha come unico trauma il fatto di essere un povero “nerd” con scarse capacità sociali e una stanza stracolma di poster di videogiochi di ultima generazione.

Sicuramente la nuova versione di Jumanji riesce in alcuni momenti a divertire, se non altro possiamo assicurare qualche risata, qualche corsa adrenalinica e un po’ di botte da orbi grazie alla presenza di una sempre più atletica e scatenata Karen Gillan (la Amy Pond di Doctor Who, nonchè la Nebula di Guardians of the Galaxy) e un The Rock in vena di commedia action stile Stallone e Schwarzenegger. Ciò che non funziona allora è il maldestro tentativo di seguire orme troppo grandi da riempire, ma soprattutto ad azzoppare definitivamente questa produzione è la sua totale assenza di una vera e propria anima. Non riscontriamo traccia di tutti quei elementi che resero Jumanji un film così tanto amato dal pubblico che l’ha vissuto, al loro posto tuttavia assistiamo alla creazione di un mondo ludico inutile e rassegnato che diverte, ma si carica di fin troppo vuoto.

“Avventurosi, attenzione. Non cominciate se non intendete finire. Ogni sconvolgente conseguenza del gioco scomparirà solo quando un giocatore raggiunto Jumanji gridato forte il nome avrà”, era questa la famosa filastrocca che qui viene ripresentata leggermente alterata. L’urlo conclusivo del nuovo Jumanji si carica di quel nulla spettacolare e divertente che forse risponde alle esigenze delle nuove generazioni, ma che sottolinea anche il ricordo e l’assenza di quel sussurro finale del caro vecchio Alan Parrish che all’epoca riuscì a scaldarci il cuore. Adesso, non sappiamo se là fuori ci sia ancora qualcuno in grado di lanciare i dadi, ma nel dubbio noi lo chiediamo: tirateli! Finire la partita è ancora la nostra unica speranza per chiudere con il passato e guardare finalmente avanti, cercando una volta per tutte di far tacere il suono dei tamburi.

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