Una parodia melodrammatica: La ruota delle meraviglie

di Quinto De Angelis

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La ruota delle meraviglie è un film che non si prende sul serio. Si considera una banale revisione di temi cari a quel cinema americano degli anni ’50 ma che alla fine rivela un lavoro profondo sulla fotografia che diviene l’elemento più interessante dell’intero film tenendo in piedi l’intera narrazione.

Il film sembra far riferimento ai melodrammi americani degli anni ’50 e ciò viene anche più o meno citato da Mickey, interpretato da Justin Timberlake. Il momento in cui percepiamo il duro lavoro che c’è dietro l’opera e quando vediamo il contributo del direttore della fotografia, Vittorio Storaro, in un piano sequenza a metà film.

Quando Jinny – il personaggio recitato ottimamente da Kate Winslet – e Carolina – il personaggio a cui Juno Temple presta il suo corpo- discutono, il colore indaco e porpora della ruota panoramica illumina la stanza da letto della prima scandendo i momenti di tensione del dialogo delle due. Il rosso e il blu sono i colori predominanti del film e segnano uno stacco emozionale per lo spettatore che vedrà nella prima tonalità la stupida, l’ilarità e la frivolezza dei personaggi e nella seconda colorazione il cinismo, l’egoismo e la gelosia. Il successivo piano sequenza ci permette di sviscerare l’interno della casa dei protagonisti per poi mostrarci l’esaurimento nervoso dei personaggi e lo stacco finale ci porta alla conclusione dell’analisi introspettiva.

Il film ripresenta antichi topos del cinema di Allen come la rottura della quarta parete. Quando Mickey guarda in macchina rende lo spettatore partecipe della storia, le vicende che noi scrutiamo sono ufficialmente di dominio pubblico e i primi piani sembrano voler darci l’autorizzazione a guardare il più vicino possibile le disavventure degli uomini che popolano l’immagine filmica. Lo spettacolo di Voyeur si interrompe entrando nella casa. Entriamo in una dimensione personale; sembra che la macchina da presa si vergogni nel filmare ma per la sua natura non può farne a meno. I primi piani diminuiscono e lasciano spazio a movimenti di macchina complessi che seguono gli individui che abitano la casa in maniera distaccata e rispettosa.

Solo in quelle quattro mura scade la dimensione comica e il dramma si fa concreto e percepibile. Fuori da quelle pareti c’è un assordante rumore di finta felicità che crea fastidio. La musica da Luna Park e le sonorità anni 50′ rompono il dramma che si crea tra i personaggi facendoci render dolce una storia molto amara. La realtà viene esagerata e tutto è impregnato di finzione: siamo tornati a vedere un melodramma. L’oscurità fotografica ritorna imperterrita nei momenti di maggior tensione e nella chiamata che preannuncia la tragedia assistiamo ad un colorazione bianca, da ospedale che ricorda l’avanzare dell’egoismo che ormai, come un cancro ha logorato l’animo di Jinny.

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Nel film vediamo in grande spolvero una grande Kate Winslet che a tratti sembra ricordare il personaggio della madre tutto fare, recitato dalla Magnani in Bellissima con la differenza che Jinny si lascia trasportare dalla passione del suo giovane amante. Ma siamo pur sempre in un melodramma, e anche se Justin Timberlake non ha lo stile di Humphrey Bogart, non si può nascondere per sempre la bugia della sua vita e allora la vediamo trasformarsi in  una copia di  Mary Astor parodiando una femme fatale.

Mickey rispecchia con le sue citazioni colte una copia troppo bella di Woody. La sua malinconia, il suo stile sognatore e anti conformista ricordano un giovane Allen che si ritrova magicamente a flirtare con donne bellissime in un corpo muscoloso e prestante. Al di là di questo, il regista in questo film sembra voler prendersi gioco di tutto quel cinema melodrammatico realizzando dialoghi frivoli e personaggi puramente egoisti. La comicità sa di tristezza e di miseria interiore e le uniche luci sono quelle artificiali delle insegne del parco giochi. L’ unica cosa vera che Allen ama sono i richiami ad un teatro americano a cui è fortemente legato. Arthur Miller, Eugene O’Neill oppure Tennesse Williams sono esempi  da seguire di quella vera finzione che Woody adora e che anche nella sua vecchiaia continua ad amare. La ruota panoramica non viene mai citata ma solo mostrata. La loro vita compie un giro, prova punti di altezza e di felicità per poi tornare in basso e ricadere nel baratro da cui sono venuti. Chi è tornato prima o poi deve partire per non fare più ritorno, perso tra scelte sbagliate di cui non ci si è pentiti.

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