Il bell’inglese del primo ministro Churchill: L’ora più buia, di Joe Wright

di Elena Caterina

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Siamo all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, le forze di governo inglesi si vedono costrette a scegliere come primo ministro un personaggio simpatico a pochi ma accettato da tutti, anche dall’opposizione, il burbero quanto ironico Winston Churchill (Gary Oldman), per sbrogliare la difficile situazione in cui versa la Gran Bretagna a causa della minaccia di Hitler.

A Churchill è affidata la difficile scelta tra l’armistizio con la Germania nazista, attraverso la mediazione italiana, o l’intervento nel conflitto armato. Questa scelta rappresenta certamente l’ora più buia per Churchill, deciso a opporsi strenuamente ad una trattativa di pace tanto voluta dal primo ministro uscente Neville Chamberlain (Ronald Pickup) e soprattutto dal Ministro degli Esteri Lord Halifax (Stephen Dillane), pace che però significherebbe umiliazione per il glorioso popolo inglese. Ma è proprio nel popolo che trova la forza e la sicurezza della sua scelta.

Non è certo la prima volta che la complessa figura di Winston Churchill viene portata sullo schermo, è una figura che inevitabilmente si è fatta carico di incarnare i valori del parlamentarismo inglese tanto da diventare una figura mitica che, come ogni mito, è amato da molti e ritenuto controverso da altrettanti.

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Questa volta è il turno di Joe Wright, londinese e amante della letteratura inglese, che ha scelto di trasformare il corpo dell’attore nel centro totale di ogni scena (le poche scene in cui il faccione di Gary Oldman non c’è sono perlopiù soggettive), creando tutto intorno a lui una danza di lunghi movimenti della macchina da presa che lo immortalano tanto a chilometri di distanza in una serata piovosa, quanto a un centimetro dalle labbra borbottanti. E non è solo il corpo di Oldman ad essere al centro, ma lo è anche la sua voce, la sua recitazione, la lingua inglese, quella stessa lingua che Churchill ha mobilitato e ha portato in guerra, la stessa lingua che gli ha fatto vincere il Premio Nobel nel 1953. È per questo che si consiglia vivamente la visione del film in lingua originale. È evidente dunque da che parte si schieri Wright, che sceglie di presentare Churchill senza macchia (se non con l’abitudine di bere alcool in qualsiasi momento della giornata).

I personaggi che si muovono accanto al protagonista sono la moglie Clementine (Kristin Scott Thomas) e la segretaria personale Elizabeth Nel (Lily James), donne desensualizzate e totalmente devote alla figura in fondo tanto fanciullesca del padre-marito, desacralizzato in eleganza formale e ritratto spesso “senza pantofole”. E ancora, la figura del sovrano Re Giorgio VI (Ben Mendelsohn), prima odiato e poi amato, e i già citati Neville Chamberlain (Ronald Pickup) e il Ministro degli esteri Lord Halifax (Stephen Dillane).

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La piovosa e pallida Londra è ritratta con estrema eleganza e lentezza, proprio come può esser guardata da un occhio sveglio ma intorpidito dal whisky.

La colonna sonora è firmata dall’italiano Dario Marinelli (italiano è anche il montatore Valerio Bonelli) e diventa un elemento spesso decisivo e preponderante. Non mancano immagini di archivio, anzi sono proprio loro ad aprire il film, in una dichiarazione di intenti che vede inizialmente il regista presentare la sua storia come veritiera al pari di una fonte storica, per poi simbolicamente riavvolgerle all’indietro e scegliere la libertà di una posizione che sfuma nella totale ammirazione verso il personaggio raccontato.

 

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