Il lettino del regista: Torino Film Festival, giorno 7

XXXV Edizione Torino Film Festival – di Emanuele Rauco

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Sulla qualità psicoanalitica del cinema sono stati scritti libri, saggi e studi lungo decenni, anche perché l’atto stesso del filmare, del costruire immagini e personaggi a partire da inconsci diversi è una sorta di psico-dramma intimo e in divenire. Proprio sull’atto del cinema e della messinscena come veicolo di indagini subconsce si basano due dei film di quest’ultima giornata di Torino Film Festival.

Casting è esplicitamente una seduta psicoanalitica di gruppo sotto le mentite spoglie dei provini e della pre-produzione per realizzare un remake di Le lacrime amare di Petra von Kant di Fassbinder: Nicolas Wackerbarth sfrutta tutti i meccanismi del cinema nel cinema, del dietro le quinte della realizzazione di un film mettendo in abisso tre livelli cinematografici per raccontare le intimità e le fragilità di un mondo attraverso quelle di una troupe. Nonostante gli attori pregevoli che garantiscono una visione piacevole, il film procede con meccanismi consumati, in cui la descrizione dei personaggi e il gioco di rimandi appena accennato tra realtà e finzione appare tutto di maniera, di apparenza e superficie, quasi un pretesto (perché proprio Fassbinder? Per poter giocare sull’ambigua sessualità del protagonista?).

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Decisamente più raffinato 9 doigts, non solo per la forma cinematografica ma anche per il modo in cui lavora sul portato psicoanalitico delle immagini e del cinema. Il film di F. J. Ossang infatti utilizza una metafora onirica – un gruppo di banditi in viaggio su una nave contenente materiale tossico e venti di morte, diretti verso una Nowhereland fatta di rifiuti – e la mette in scena attraverso le forme dell’avanguardia come il cinema primordiale e stilizzato di cui conserva il fascino istintivo o come il teatro beckettiano, straniante, dai dialoghi sfuggenti. La potenza delle sue immagini apre lo sguardo e la riflessione sui significati degli elementi del film e soprattutto, psicoanaliticamente, sulle scelte stilistiche di un film fatto di continue interpunzioni, immagini come virgole, dissolvenze e inserti come punti e a capo tra un atto e l’altro, la forma del discorso come punto di partenza per riflettere sui contenuti del discorso.

Prossima alla chiusura, la 35^ edizione del festival di Torino si è rivelata certo una fucina di cinefilia appassionata e divertente, ma ha dato i segni di un ridimensionamento di strutture e in parte di ambizioni che non lascia presagire un grande futuro. Non solo per la qualità dei film, in media un po’ più bassa del solito, e non solo per i tagli ai fondi del festival che hanno portato una serie di difficili decisioni logistiche (un cinema di 5 sale in meno, quindi meno film, più calca nei giorni caldi, spostamenti di sedi e riduzioni di orari inopportuni) ma perché si ha l’impressione che con la nuova presidenza del Museo del Cinema all’insegna dell’accentramento e del “rinnovamento”, Torino resti impigliata in questioni politiche fatte di nomi e poltrone – con il mandato del direttore del festival Emanuela Martini in scadenza quest’anno e difficilmente rinnovato – che rischiano di far perdere al festival la posizione di privilegio e di vera festa del cinema che ha avuto da molti anni a oggi.

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