A qualcuno piace Wilder: Due sotto il burqa

di Laura Pozzi

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Nel 1994, lo spagnolo Ferdinando Trueba regista del film Belle Epoque premiato agli Oscar come miglior film straniero, conclude il suo discorso di ringraziamento con una frase memorabile: “Ringrazierei Dio, ma non ci credo, quindi grazie Billy Wilder”. Il riferimento al celebre regista americano è ovvio, così come la sua influenza su gran parte dei registi moderni.

Probabilmente se la stessa onorificenza, toccasse a Sou Abadi, il discorso reciterebbe più o meno così, come dimostra Due sotto il burqa, sua opera seconda in uscita nelle sale il prossimo 6 dicembre. La poliedrica regista francese di origine iraniana, dopo un passato come documentarista tenta la via della commedia, ottenendo risultati sorprendenti su una tematica difficile e dalle mille sfaccettature, capace di divertire, ma di creare allo stesso tempo innumerevoli dissensi soprattutto nel mondo arabo, dove la pellicola non ha trovato distribuzione.

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Armand e Leila, sono due giovani studenti innamorati, in procinto di lasciare Parigi per coronare i loro sogni a New York. Mentre fervono i preparativi per la partenza, Leila rimasta orfana di entrambi i genitori, vede piombare in casa il fratello maggiore Mahmoud di ritorno da un soggiorno in Yemen, che lo ha profondamente trasformato nel più convinto degli integralisti. Le conseguenze di tale cambiamento non si fanno attendere, soprattutto per Leila che dimostra scarsa affinità e poca propensione per lo stile di vita che il fratello vorrebbe imporle. La sua ribellione rischia però di mandare in frantumi il suo amore con Armand, che nel frattempo trova una bizzarra soluzione volta a coprire le apparenze e a dimostrare ancora una volta come l’amore vinca su tutto. Scegliendo un burqa come amico, il giovane, riesce ad introdursi nell’impenetrabile abitazione dell’amata, convincendo il reticente Mahmoud delle sue buone intenzioni e facendolo perdutamente innamorare.

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Detta così, sembrerebbe una folle commedia degli equivoci con poca attinenza alla realtà, ma Sou Abadi sa bene di cosa sta parlando e l’aver trascorso parte della sua vita sotto la repubblica islamica dell’Iran, le permette di affrontare le contraddizioni di un argomento così complesso, in chiave comica che non sarebbe affatto dispiaciuta al suo mentore. Le attinenze con “A qualcuno piace caldo”, sono fin troppo evidenti, ma il talento della regista sta proprio nel prendere ispirazione da un cult inarrivabile per riscriverlo e plasmarlo su una realtà controversa e drammaticamente attuale, senza cadere nel ridicolo o nella derisione.

Per questo le risate suscitate dalle irresistibili gag che conferiscono alla storia un ritmo travolgente che non conosce flessioni, rappresentano un  nuovo modo di affrontare il diverso senza sensi di colpa, ma con rinnovata consapevolezza. E se il finale può non convincere del tutto, lasciando spazio a qualche perplessità la regista è pronta a ricordare che in fondo si tratta di fiction e proprio in virtù di questo si può osare anche l’inimmaginabile o il poco credibile, senza per questo togliere valore o importanza alla storia. Che deve il suo brio anche ai personaggi per così dire minori, che trovano espressione in due attori straordinari come Anne Alvaro e Miki Manojlovic, i genitori di Armand con idee politiche diametralmente opposte e che insieme al burqa, creano i momenti più esilaranti del film.

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