Una meraviglia senza coscienza. Il mare non bagna Napoli

di Mariele Gioia Papa

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Se c’è una cosa che a Napoli trova ampio spazio è questa: l’infinita gradazione dell’azzurro. Comincia, fragilissimo, all’alba, spandendo chiarore delicato sui tetti che si svegliano; continua, intenso, attorno al sole di mezzogiorno, sacro su una tovaglia d’altare, umilissimo nella trama di un grembiule da cucina, prezioso in un lembo di affresco antico; trema e brilla, come un sogno, in un paio d’occhi; culmina nel nero blu dei flutti che accoglie paziente ogni luce della sera, nel buio dei fondali che non ricevono alcuna luce. Ognuno qui ne possiede un po’, nell’oscurità come nello splendore, e Anna Maria Ortese, scrivendo questo libro, ne ha seguito le tracce.

Il mare non bagna Napoli, piccola antologia di racconti, è uno sguardo delirante sul delirio di una città, che nel suo ventre serba dolore, speranza di bellezza rabbuiata dall’immediatezza della miseria, dalle controversie che muovono l’animo umano, dalla realtà pugnalata dalla guerra appena trascorsa. È la visione che non concede redenzione ai poveri dannati nelle «vene di Napoli», i vicoli che forse, del mare, sentono di tanto in tanto lo sciabordio. Al tempo stesso, è un mosaico di immagini dai contorni nitidi, delineate dalla sapiente dolcezza dell’immaginazione; mosaico che, tuttavia, lascia tra le sue tessere ampi volumi di abissi, come a puntellare di bagliori solo alcuni angoli dell’oscurità.

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Anna Maria Ortese nacque a Roma nel primo ventennio del Novecento da famiglia numerosa e itinerante – suo padre prestava servizio nell’esercito; visse, infatti, in diverse città italiane del Nord e del Sud e anche in Libia, alla fine degli anni Venti, ma la città partenopea le fu sempre particolarmente cara e i tanti anni trascorsi a Napoli lasciarono in lei preziosissime tracce che nelle sue opere ha cercato d’inseguire con passi ogni volta nuovi, con una sensibilità via via più fonda.

Pubblicato nel 1953 dalla casa editrice Einaudi, il libro fu accolto aspramente per l’immagine di Napoli che consegnava; a causa di queste pagine sembrò indissolubilmente “macchiata”. Fu tanto osteggiata dalla classe politica – in modo minoritario da quella intellettuale, chiamata “in causa” nella seconda metà dell’opera in cui la Ortese scrive in prima persona e senza schermarsi con personaggi – al punto che la scrittrice attuò un esilio, in buona parte indotto dalla fama che andava acquisendo di persona negativa nei confronti di Napoli. Per l’ultima edizione della raccolta di racconti, con la casa editrice Adelphi nel 1994, la Ortese decise di scrivere una breve apologia, una premessa che desse una chiave di lettura alla sua opera, un appiglio alla comprensione di ciò che accadeva nel tessuto di parole già tanto sgualcito dalla critica. Alla base, vi era un conflittuale rapporto con la dimensione del reale: «Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante». Acuitosi con l’esperienza bellica, questo rigetto nei confronti della realtà l’aveva così profondamente travolta da incupire anche il suo sguardo verso le cose, incrinato per il peso dello smarrimento, della sofferenza che ne derivava. Tutto ciò si riversò su Napoli, che già partiva straziata dalla guerra, rendendo i suoi mali estremamente gravi e irreversibili. «Attribuii alla bellissima città questo spaesamento che era soprattutto mio» si legge ancora nell’introduzione. Ritrovare similitudini tra se stessi e la realtà circostante può costituire anche il rifiuto di quest’ultima, allorché il rimando non è di conforto, di condivisione, ma risulta solo un’insostenibile ripetizione, un eccessivo nitore di verità. La scrittura è venata di nevrosi, raggiungendo punti in cui subisce vere convulsioni, ma nel medesimo tempo trattiene una stabilità – una certa fermezza nel racconto, una precisione nei resoconti, nelle descrizioni, nelle magnifiche viste che evoca – che può ricondursi soltanto ad un effettivo divario tra la realtà e l’autrice, che si regge proprio a questa lontananza, per guardare la realtà, quantomeno per cominciare a farlo. «Il primo passo di accettazione della realtà è il dolore» spiega lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Iaculo, «il primo punto di contatto è provare dolore», un dolore di cui quest’opera sembra essere un frutto maturo. Che sia essa, allora, un primo maldestro tentativo di avvicinamento alla realtà? La risposta è in un paio di occhiali, posati con delicatezza tra le prime pagine di questo Mare.

migliaro“Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone, per guardare fuori, nel vicolo della Cupa. Le gambe le tremavano, le girava la testa, e non provava più nessuna gioia. Con le labbra bianche voleva sorridere, ma quel sorriso si mutava in una smorfia ebete. Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitarono addosso; le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi dei terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all’Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali. Fu Mariuccia per prima ad accorgersi che la bambina stava male, e a strapparle in fretta gli occhiali, perché Eugenia si era piegata in due e, lamentandosi, vomitava.

«Le hanno toccato lo stomaco!» gridava Mariuccia reggendole la fronte. «Portate un acino di caffè, Nunziata!».

«Ottomila lire, vive vive!» gridava con gli occhi fuor della testa zi’ Nunziata, correndo nel basso a pescare un chicco di caffè in un barattolo sulla credenza; e levava in alto gli occhiali nuovi, come per chiedere una spiegazione a Dio. «E ora sono anche sbagliati!».

«Fa sempre così, la prima volta» diceva tranquillamente la serva di Amodio a donna Rosa. «Non vi dovete impressionare; poi a poco a poco si abitua».”

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