La Paranza dei bambini. Il movimento della nuova criminalità

di Quinto De Angelis

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Nell’oscurità del giorno mentre tutti dormono, saltano tra i tetti dei giovani ragazzi diretti vero l’oscurità delle loro azioni. Tra i coppi mezzi rotti mettono i loro piedi, impavidi del pericolo che li aspettano. Le loro urla sono silenziate ai rumori della città e il loro movimento è illuminato dalle luci di mille discoteche e night club

Su questo incipit si muove La paranza dei bambini lo spettacolo teatrale in scena al Piccolo Eliseo, diretto da Mario Gelardi, tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, racconta l’inizio dell’ascesa al potere di una giovane banda criminale nel quartiere di Forcella. L’ambiente metropolitano fatiscente e popolare è ben ricostruito da una scenografia tanto ingegnosa quanto semplice; grazie all’utilizzo di due strutture a forma di triangolo che spostandole creano un ambiente surreale, fatto di desolazione e di solitudine dove nessuno è al sicuro.

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I ragazzi non sembrano avere i piedi attaccati al pavimento, puntano ad obbiettivi più grandi di loro, sembrano camminare sopra i tetti delle città come voler controllare l’intero quartiere per poi spingersi al dominio dell’intera città di Napoli. Più in alto sali e più grande sarà la caduta ed infatti la banda incontrerà difficoltà ingestibili per dei ragazzi ventenni che li logorerà nel profondo fino a falli sprofondare. I piccoli boss de La paranza dei bambini vogliono salire sempre un po’ più in alto ma salendo la scala della malavita si renderanno ben presto conto che c’è sempre qualcuno più in alto di te fino al paradiso. Li nel luogo etereo per eccellenza una figura sembra guardarli. San Gennaro rimane silenzioso mentre i ragazzi iniziano a far uso di droga e commettere le prime rapine.

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San Gennaro schiacciato dal peso della mafia tanto da essere solo un murales che incute timore ma che non basta per demordere i malavitosi. I ragazzi volteggiano, sembrano volare, si muovono tramite coreografie, delle danze macabre che ricordano i riti tribali delle tribù oceaniche mischiati alle acrobazie dei ballerini di Step up. Quelli che vediamo sono per lo più dei ragazzi soli, in balia di loro stessi e di chi li usa. Il più intraprende Nicholas – interpretato da Riccardo Ciccarelli – rischierà ciò che ha di più chiaro per diventare un re, un Maraja, in una realtà che di sfarzoso ha ben poco; ciò a cui andrà incontro sarà dolore e morte. Un destino infame, di verghiana memoria, che non toglie dalla strada quei ragazzi, nonostante vogliano cambiare la loro condizione. Essi rimarranno sempre degli schiavi comandati da un padrone. Tra i vicoli di Napoli si muovono vestiti di nero, ricordando i criminali di Reservoir dogs con meno stile e con un abbigliamento più da Eminem che da uomini d’affari. Le luci scure proposte dalla regia sono sintomatiche della gravità delle situazioni. Le luci non sono un segnale positivo ma sono l’ennesima falsa illusione che investe questi giovani.

I fondali che diventano rossi indicano la morte e la luce che scorge dalle finestre non è un segnale divino ma un richiamo verso il peccato. Ma sono pur sempre bambini quindi il loro muoversi tra le sommità delle abitazioni è un modo d’evadere per inseguire i loro sogni. Essi si arrampicano come Cosimo nel Barone rampante di Italo Calvino, anche loro hanno litigato con qualcuno, e per questo fuggono. Hanno litigato con la vita che li considera solo dei reietti. Invece di imporsi e di dimostrare al mondo chi sono si chiudono in se stessi coprendosi con dei cappucci neri ed escono nell’oscurità della notte dando calorosamente la buonanotte ai loro cari come se fosse l’ultimo atto della loro breve e triste esistenza.

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