Un’altra porta si apre

di Fabrizio Spurio

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Prosegue il nostro viaggio alla scoperta del Maestro del Brivido: Dario Argento. Testimone oculare è il secondo telefilm diretto da Dario Argento dopo Il tram per la serie Una porta sul buio, anche se risulta firmato da Roberto Pariante.

Pariante a quel tempo era stato aiuto regista per Argento, e per questo era stato scelto come regista dell’episodio. Ma iniziate le riprese Argento si rese conto dell’inadeguatezza di Pariante a portare avanti il telefilm, decise così di sostituirlo, ma di lasciare la firma a lui per la regia. Il telefilm in realtà sembra un campionario dell’armamentario argentiano messo in campo fino a quel momento nei film precedenti. Molti esempi di scene ricordano la trilogia che li precede.

hqdefault (2).jpgVediamo ad esempio, ad inizio episodio, la protagonista Roberta (interpretata da Marilù Tolo) intenta ad esaminare quello che crede il cadavere di una donna, morta di fronte alla sua auto. Roberta indugia sul corpo della donna, lo osserva, lo sfiora come a voler capire la realtà della morte. Indugia sul cadavere. Sembra in attesa di una spiegazione, una rivelazione che quel corpo le deve fornire. In quel momento Roberta si trova al cospetto della Morte, e quasi pretende un segno che la aiuti a comprendere quel mistero che le è davanti. Il contatto con la Morte, e con il morto, riporta ad una scena analoga del “Gatto a nove code” quando il giornalista Giordani si trova in una cripta, davanti ad una bara aperta, al cospetto del cadavere di Bianca Merusi. Anche in quella situazione ci troviamo davanti ad un incontro ravvicinato con un cadavere. I due protagonisti rimangono incastrati dalla visione del morto. Fissando quelle salme, riportandole alla realtà con il tatto, toccandole, cercano quasi un confronto diretto, quasi l’abbattimento di un tabù; la scoperta della verità di cosa ci aspetta alla fine di tutto. Ma anche un’altra sequenza ci riporta con al memoria alla pellicola precedente. La macchina da presa inquadra in primo piano una tazza, mentre avanza verso Roberta, fino a quando lei lo prende per bere.

Nel “Gatto” vediamo un’inquadratura simile quando Giordani offre un bicchiere di latte ad Anna Terzi: c’è la medesima inquadratura con primo piano del bicchiere di latte e carrello verso la donna, finché lei non lo prende. Possiamo anche notare tra le altre cose la tecnica del flashback di Roberta, mentre lei racconta al commissario (Glauco Onorato) l’episodio della morte della donna sconosciuta e della sua tentata aggressione da parte dell’assassino. Argento si avvale qui della tecnica già sperimentata ne L’uccello dalle piume di cristallo quando Sam Dalmas, cercando di scoprire il particolare rivelatore nascosto nella sua memoria, riesamina i suoi ricordi come fossero stralci di sequenze ripetute in moviola.

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In generale il telefilm risulta però un po’ inarticolato, alternando sequenze di tensione con altre statiche, ma non in maniera omogenea. Probabilmente questo è dovuto al cambio di regia in corso d’opera.

Ci sono molte cose che risultano strane all’occhio dello spettatore, per esempio la prima domanda che ci si pone è: perché creare un piano tanto contorto per eliminare una persona? La protagonista è perseguitata perché la si vuole spingere sull’orlo della pazzia, ma poi si scopre che la si vuole uccidere. Tutto questo porta al pensiero che la realizzazione di un tale piano criminale sia comunque destinato a fallire. Ma nel finale il delitto non viene sventato per deduzione e conseguente intervento della polizia, ma solamente per un fortuito caso, una combinazione di coincidenze totalmente legate al caso. Bisogna anche dire che la protagonista, Roberta, dal canto suo non fa nulla per cercare di scoprire o di capire quello che le sta succedendo intorno.

Lo spettatore smaliziato, conoscitore dell’opera del regista sicuramente intuisce di trovarsi di fronte ad una pellicola surrogata, che purtroppo manca dell’idea originale che era il fulcro del precedente episodio Il tram. In effetti, a guardarlo bene, questo telefilm risulta realmente essere una sorta di remake, in chiave ridotta del film 4 mosche di velluto grigio, la cui variante dall’originale è solo nel ribaltamento dei ruoli (qui Roberto, il protagonista perseguitato di “4 mosche” diventa Roberta). In effetti anche la trama segue, quasi episodicamente, la struttura del film precedente, dalla messa in scena dell’omicidio iniziale fino alla scoperta finale dell’assassino. Un’opera quindi riuscita a metà, che però ha come punto di forza le sequenze di tensione, brevi purtroppo, ma riuscite, disseminate nella pellicola (l’incidente iniziale, il tentato omicidio in strada ai danni di Roberta, la finale attesa dell’omicida in casa, anche questa mutuata dal film precedente). E la scoperta finale, dell’assassino persecutore lascia nello spettatore un po’ di amaro in bocca.

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