Abbiamo tutto il tempo del mondo. Suburbicon

di Valerio Di Giovannantonio

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E’ Domenica a Suburbicon, abbiamo tutto il tempo del mondo”: l’illusione del carnefice è un’ironia che colpisce e scuote l’intero progetto di George Clooney. Si tratta di un film conteso tra due anime che evidenziano il loro contrasto per mettere in scena una parodia tinta di satira e umorismo macabro.

La sesta fatica dietro la macchina da presa di Clooney, dopo il fallimentare Monuments Men, parte da un vecchio script dei fratelli Coen adattato ed integrato dal regista stesso insieme al contributo dell’amico e collega Grant Heslov. La storia ricca di colpi di scena e personaggi discutibili si svolge al termine degli anni ’50 in una città-modello (o modellino) chiamata Suburbicon. Qui assistiamo alla rimozione di quella facciata idilliaca della suburbia americana mostrando il vero volto del paese a stelle e strisce segnato sin dalle sue origini da profonde contraddizioni.

Nel cast troviamo protagonista un gonfio Matt Damon, interprete di “anonimo uomo qualunque”, insieme alla sempre raggiante Julianne Moore che per l’occasione presta il volto a ben due ruoli. Moglie e cognata, madre e zia, amante e complice, le gemelle Rose e Margaret rappresentano senza troppi sotterfugi una dualità intrinseca nel racconto che, stravolgendo la quotidiana apparenza, fa lentamente emergere un precario equilibrio su cui si struttura la fallacità di questo universo. Sulle spalle dei personaggi pesa un senso di colpa messo a tacere e rimandato costantemente; questo peso ingestibile si trasforma in un’assurda crudeltà che diventa la forza motrice di una spirale parodistica a tratti molto divertente, ma che vuole affacciarsi sugli spettatori principalmente come monito.

Suburbicon a guardare bene è un prodotto che viene tradito dal bisogno di trovare un pubblico e che si (s)vende rivelando il fianco ancora prima di arrivare in sala per colpa di un marketing concentrato fin troppo sulla commedia dell’assurdo e dell’idiozia. L’irrealizzato script dei fratelli Coen scritto ai tempi di Blood Simple e proposto a Clooney nel 1999 è tornato a galla nella mente dell’istrionico divo di Hollywood durante la lavorazione di un suo progetto basato su un documentario del 1957 intitolato Crisis in Levittown il quale raccontava la storia dei Meyers, una famiglia afroamericana presa di mira da un vicinato di bigotti razzisti e violenti.

Da questi due film estremamente diversi tra di loro nasce Suburbicon e al pubblico va la scelta di leggere come furbo o provocatorio il sottile filo tematico che li fonde. Impossibile in tutto ciò non notare una certa ironia meta-testuale circa il bisogno di dipingere una versione più edulcorata e divertente dei fatti ad un pubblico assetato di intrattenimento. Se di ridere si tratta allora bisogna di certo sottolineare che il film presenta diverse frecce al suo arco tra cui un divertito e divertente Oscar Isaac alle prese con il personaggio che alla fine degli anni novanta era stato offerto proprio a Clooney. La comicità verosimile e sorniona di alcune situazioni è fortemente debitrice dello stile dei registi di The Big Lebowski, guardando in primis verso titoli come Fargo, Burn After Reading ed il recente Hail, Caesar!

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In Suburbicon si mette in scena una paradossale crime story dall’estetica gustosamente citazionista sfruttando l’ottimo comparto scenografico che costruisce un tempio di straniante nostalgia post-moderna fotografata da un maestro quale Robert Elswit. La frizione narrativa è stuzzicata dalla sopracitata unione con la rappresentazione di un fatto di cronaca, il problema però è che le parti dedicate alla famiglia Meyers risultano essere quelle più manchevoli di adeguata costruzione andando così ad intaccare l’omogeneità dell’insieme. Intolleranza, razzismo, indecenza e ipocrisia sono elementi che vanno a costituire un rumore di fondo perenne durante la visione e che esplodono in questa battuta di spirito contro l’anima privata, spietata e rabbiosa dell’America sostenuta dall’illusione superficiale di una società perfetta.

Mai del tutto inedito o brillante, nei suoi momenti migliori Suburbicon mortifica la commedia per esaltare il dramma interrogando costantemente lo spettatore sulla sua posizione. Davvero funzionale è il confronto decisivo tra padre e figlio che, sospeso tra patetico e minaccioso, si affaccia su un futuro che noi sappiamo essere già condannato. La nota finale in tal senso rischia sicuramente di essere letta come vittima della stessa ipocrisia che il film tenta di condannare, ma è il prezzo da pagare per essersi riciclati all’interno di un prodotto dall’identità confusa. Benvenuti in America!

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