L’insulto, viaggio in un mondo a due

di Clelia Di Pasquale

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L’Insulto, di Ziad Doueiri, è stato premiato alla mostra di Venezia del 2017 e racconta di una storia vissuta in  Libano, dove un litigio banale tra un meccanico cristiano, Toni Hanna, e un operaio palestinese, Yasser Salamé, finisce per portare i due in tribunale, coinvolgendo l’apparato giudiziario e i media, in un clima pesante di guerra civile. Il film è notevole per le sue sfumature anche perché la sua co-sceneggiatrice, Joëlle Tourma, viene da una famiglia cristiana falangista mentre Doueiri viene da una famiglia sannita pro-palestinese.

Ziad Doueiri – protagonista del Libano attuale

In un intervista, il regista esplicita la fonte realistica dell’intreccio, dicendo che le parole di insulto da parte di Toni erano state rivolte a lui un giorno che litigava con un idraulico. Precisa tuttavia che si è scusato e ha successivamente ha preso la difesa dell’uomo. Ha voluto fare un film che potesse rappresentare il clima di tensioni di un paese dove la guerra civile è finita nel 1990, “senza vinti né vincitori, mentre l’amnistia generale si trasformò in amnesia generale”Anche dal punto di vista giudiziario il film è documentato bene e radicato nella storia intima di Doueiri: sua madre fa l’avvocato e ha realizzato la consulenza legale del film.

Storia di una guerra civile

La guerra civile in Libano si scatena per via della presenza sempre più importante di profughi palestinesi, ma sopratutto di scontro tra terroristi palestinesi e falanghe cristiane, anche in seguito a bombardamenti israeliani. Nel 1975 inizia effettivamente la gueriglia armata e seguono numerose stragi: sia di Palestinesi, ma anche di villaggi cristiani, in particolare quello di Damur nel 1976, elemento essenziale dell’intreccio filmico. In teoria, la guerra civile finisce nel 1989 con l’intervento delle forze armate siriane.

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La guerra lascia nel paese una piaga che non si sana e le incitazioni alla violenza sono quotidiane: nel film, il leader del Partito Cristiano Libanese appare in televisione per dire che “la guerra in teoria è finita dal 1990, ma non nella testa della gente. Anche perché non c’è stata una riconciliazione pubblica”. Toni guarda di continuo in TV dei discorsi politici che incitano all’odio nei confronti dei palestinesi. Le violenze si rinforzano, da entrambi i lati, in tribunale e per la strada, dove Toni viene minacciato parecchie volte.

Il regista ha voluto insistere sulla dimensione di lotta intestina e anche di divario generazionale della guerra. Non a caso l’avvocato che difende il Palestinese è una donna giovanissima, figlia di un avvocato famoso che a sua volta difende il cristiano. “Sei rimasto bloccato nella guerra”, gli dice mentre litigano prima del processo.

Ma l’odio tra alcuni Cristiani e Palestinesi è anche una questione privata: nel film tutto gira intorno all’importanza del delitto di onore. Come lo evidenzia il regista in un intervista, quello che interessa ad ogni protagonista è che l’altro si scusi, riconosca i suoi torti, come forse è anche il caso nel conflitto. “Voglio un processo equo, non vincere per compassione”, dice Toni. Pone il problema di come si risanano le piaghe di una guerra civile che, nonostante sia in apparenza risolta, ha creato in venti anni tante inimicizie personali.

Il punto di vista femminile in causa – le donne hanno veramente una visione migliore?

La giovane moglie di Toni è incinta e rappresenta l’elemento ragionevole della coppia, senza mai essere sottomessa: anzi, la sua ira cresce nel film perché lei vuole che questo processo si fermi, vuole un ambiente tranquillo dove poter far crescere la figlia, e persino tornare a vivere a Damur, di cui Toni non vuole sentire parlare. L’avvocato di Yasser è una giovane donna che vuole girare la pagina della guerra civile e difendere i diritti dei palestinesi.

Le donne secondo il regista “hanno più sfumature, possiedono l’intelligenza che permette di raggiungere un equilibrio”. Fornisce alle donne il ruolo di moderatrici e conclude: “se lo immagina se un giorno le donne governassero il mondo arabo?”.

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