It’s fucking political: Torino Film Festival, giorno 4

XXXV Edizione Torino Film Festival – di Emanuele Rauco

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È un festival militante quello di Torino, non in senso ideologico, ma nel senso che cerca di continuo di lavorare sulle visioni politiche interne al cinema, esplicite o implicite, che fa del discorso politico a tutto tondo uno dei suoi atout.

La politica è presa di petto da The Reagan Show, il film di montaggio di Pacho Velez e Sierra Pettengill in cui raccontano gli anni della presidenza di Ronald Reagan (1980-1988) attraverso i video che lo stesso Reagan ha fatto realizzare dal servizio tv della Casa Bianca, usando l’immagine come mai nessuno prima di allora: la politica come performance attoriale, come palcoscenico globale, come sfruttamento delle immagini e dell’immaginario, ma anche la rivolta delle immagini (e degli immaginari) che inchiodano chi pensa di abusarne. Un film raffinato, ironico, che ovviamente guarda al presente non solo per ciò che è diventato il teatro della politica, ma anche per i legami ideologici e spettacolari con l’attuale inquilino della Casa Bianca (“Let’s make America great again”, dice Reagan a inizio film: slogan elettorale da Trump riciclato).

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Che la politica sia ormai performance spettacolare lo dice anche À voix haute di Stéphane de Freitas, documentario che non si occupa direttamente dell’argomento, ma del suo germe, o meglio del suo scheletro: racconta infatti dei corsi di eloquenza e orazione pubblica dell’università di Saint-Denis e del concorso annuale per il miglior oratore dell’anno. Il dibattito, la costruzione del discorso, l’argomentazione: ma a differenza della tradizione americana accademica, qui si abbracciano le regole del talent-show, l’eloquenza e l’oratoria diventano canto, rap, stand-up comedy, performance scenica. E il film segue quelle orme: un documentario di osservazione sulle lezioni, diventa factual televisivo, diventa retroscena di casi umani, con un montaggio, un uso delle musiche, una costruzione narrativa da Saint-Denis’ got talent. Cinematograficamente molto discutibile persino fastidioso nelle sue scorciatoie emotive: eppure coerente. Non c’è modo migliore infatti di raccontare la politica spettacolo e i modelli televisivi della cosa pubblica, mostrando in filigrana cosa è diventato il discorso pubblico.

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David Freyne invece applica la politica all’horror, come da tradizione romeriana, e infatti parla di morti viventi: The Cured (ispirato ampiamente a una miniserie inglese intitolata In the Flesh) racconta dell’Irlanda dopo un’apocalisse zombi. Molti degli infetti sono stati curati e rispediti a casa, ma la società ha ancora paura di loro, vuole emarginarli, se non sterminarli: e allora i curati decidono di organizzarsi in modo non proprio pacifico. Se dapprima sembra evidente il riferimento allegorico alle discriminazioni razziali, via via che il film procede e i dubbi morali si addensano si capisce come Freyne stia riflettendo sull’IRA e sui drammi civili del suo paese: e lo fa con un film scomodo e problematico anche nella scelta di una via “reazionaria”, scegliendo di guardare alla politica come modo di manipolazione delle opinioni attraverso i sentimenti. Il film è rovinato da una cattiva gestione del racconto, che spreca un finale ottimo: poteva essere trascinante, resta un’opera di un certo interesse. E militante a suo modo, come il festival che la presenta.

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