Ragazze in gabbia: Torino Film festival giorno 2

XXXV Edizione Torino Film Festival – di Emanuele Rauco

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Da Wonder Woman in poi, il 2017 sembra essere l’anno della riscossa femminile, in cui le protagoniste diventano personaggi forti, eroici. La sensazione è confermata da questi primi giorni di Torino Film Festival, ricchi di cinema in cui la forza e la questione femminile in vari declinazioni sono al centro, soprattutto la sensazione di gabbie che spesso circonda l’essere donna oggi, come allora.

Una gabbia futuribile per esempio è quella che stringe Noomi Rapace in Seven Sisters, film di Tommy Wirkola in cui l’attrice interpreta sette gemelle che vivono in un mondo in cui vige la legge del figlio unico per diminuire la sovrappopolazione mondiale. Uno spunto molto interessante che porta a riflessioni problematiche, per nulla edulcorato nell’andamento e con ottime scene d’azione: quello che non riesce mai al film è scrollarsi di dosso una scrittura pessima, pieni di sbagli, scivoloni, errori, snodi incomprensibili, in cui il colpo di scena sovrasta la suspense e spegne i pregi dell’opera.

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Ma le gabbie più pressanti per gli autori presenti al festival sono sociali e familiari: in Beast di Michael Pearce, la protagonista si libera dal peso della borghesia perbene fuggendo nell’ostile Jersey con un cacciatore su cui grava il sospetto di essere un assassino; in Barrage di Laura Schroeder, una madre torna dopo anni di lontananza dalla figlia, ma dovrà scontrarsi con la piccola e con il suo passato incarnato da una mamma poco comprensiva; in Kiss and Cry invece le registe Chloé Mahieu e Lila Pinell seguono una squadra di giovanissime pattinatrici che si preparano per un campionato ma al tempo stesso non vogliono limitare la loro femminilità, la loro voglia di vita.

Ad accomunare i tre film però non c’è solo il tema di fondo, ma anche una certa inconcludenza stilistica, come se alle prese con temi così concreti lo sguardo cinematografico passasse in secondo piano: Pearce realizza un thriller gotico e “sudista” per atmosfere, modi di ripresa e tensione che poi prende una scoscesa strada psicologica che banalizza il lavoro su immagini e corpi; Schroeder si limita a descrivere personaggi e situazioni tipiche con un’ottica hipster che non convince; Mahieu e Pinell cerca un’estrema naturalezza prossima al documentario che intriga, ma alla quale non dà forza, nella quale si perde, come se da invitate a una festa tra ragazze le registe si ritrovassero imbucate.

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