Matar A Dios, una simpatica apocalisse

XXXVII Edizione Fantafestivaldi Valerio Di Giovannantonio

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Una delle tantissime anteprime mostrate in sala nella XXXVII edizione del Fantafestival è Matar a Dios, commedia apocalittica firmata da Caye Casas e Albert Pintò. Il film presenta una trama semplice, vista e rivista, ma esposta con dignità nonostante i non pochi scivoloni.

In particolare colpisce un certo potenziale gusto estetico per la composizione dell’immagine che però è quasi subito rimpiazzato da un ripetitivo sfruttamento del set. La storia infatti finisce per incanalarsi dopo pochi minuti all’interno di una villa che espone una collezione di dettagli sparsi qua e là tra oggetti, luci e richiami cromatici. La curatissima location sarà teatro di un paradossale confronto intimo che a sua volta viene interpretato come una riflessione sul genere umano attraverso una chiave di lettura forzatamente cinica e paradossale. Le pedine del sadico gioco voluto da una sorta di Dio demone sono quattro personaggi, una famiglia composta da padre, figlio, fratello e la moglie di quest’ultimo. Durante questa bizzarra ultima cena che racchiude la narrazione del film emergono le pietose situazioni sentimentali che governano la vita dei presenti, solo il padre più anziano sembra godere di felicità poiché vedovo e alludendo dunque al fatto che proprio per questo riesce ad essere libero, mentre i figli soffrono la vita coniugale o il desiderio di essa. Non è ben chiara la posizione degli autori riguardo i loro protagonisti o le diverse questioni morali accennate poichè il racconto fallisce nel descrivere alcuni punti fondamentali finendo per arrivare in fretta e furia verso una chiusura senza sfumature dove resta quasi unicamente la disillusione sul genere umano che, col senno del poi, viene ingiustamente rappresentato per fornire una tesi acida e sconclusionata.

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In Matar a Dios troviamo una figura divina ambigua e giocosa che appare sin dal prologo come vero e proprio mattatore. Il personaggio di Dio ci viene mostrato interpretato da un energetico Emilio Gavira che governa il film con la sua carismatica presenza fino al punto in cui i registi dimostrano di non sapere bene cosa fare con lui, lasciando così allo spettatore il compito di decidere se riempire i buchi del plot o dare per scontata una certa negligenza narrativa. Per farla breve, Dio mette alla prova le sue vittime scelte per rappresentare e potenzialmente salvare o distruggere l’intera umanità. Il gioco a cui questa famiglia è chiamata a partecipare rende il terreno fertile per qualche speculazione filosofica fino a quando però il film non si stanca di se stesso e si rifugia in un pre-finale che “finalmente” cede spazio all’altra anima del film promessa durante i titoli di testa.  Vero colpo basso è stata la scelta di far collidere il finale con l’esposizione dei titoli di coda, un modo abbastanza esemplificativo di riassumere il difetto peggiore del film: la fretta. Tutto è sfiorato e mai approfondito, mentre le nostre orecchie finiscono per riempirsi dei dilemmi ridondanti e poco interessanti dei protagonisti. Stare insieme nonostante tutto o lasciarsi andare nonostante tutto, un filo tematico esile che attraversa la storia sullo sfondo di uno scenario che non coglie mai il suo potenziale.

Resta comunque un film che per quanto difettoso intrattiene il suo pubblico con situazioni inaspettate e volutamente esasperate. Rientra facilmente nel reame del momento cult la battuta sulla sostituzione dei preti con le puttane, peccato solo che avviene ad inizio film e nulla di ciò che vediamo dopo è altrettanto spassoso o provocatorio come vorrebbe. Se alcune cose infatti riescono a strappare una sincera risata, altre sembrano sforzarsi troppo per attirare l’affetto degli spettatori perdendo di vista la costruzione. Il particolare umorismo di Matar a Dios richiama il cinema di De La Iglesias e lo ricorda anche per tematiche ed ambientazione, ciò che però manca a Casas e Pintò è la volontà di arrivare fino in fondo e la capacità di creare un mondo intorno ai loro personaggi. I tanti crocifissi sui muri accompagnati da una sfilata di simpatiche teste mozzate di animali (loro sì che meritano di ereditare il pianeta) sono una rima interessante agli eventi che però finisce per prendere il ruolo di cornice e nulla di più in questa simpatica apocalisse spagnola con almeno un cadavere eccellente. Poteva andare peggio.

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