Sharkskin, un tessuto di seconda mano.

XXXVII Edizione Fantafestival – di Valerio Di Giannantonio

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Ad aprire la quarta e penultima giornata della XXXVII edizione del Fantafestival è Sharkskin, commedia gangster scritta, prodotta e diretta da Dan Perri meglio conosciuto per i suoi lavori da title designer. Perri ha infatti curato alcuni tra gli opening credits più noti dell’era post-moderna del cinema, nel suo curriculum spiccano film come Taxi Driver, Guerre Stellari e L’Esorcista.

Sharskin è il primo lungometraggio di Perri datato 2015 ma presentato in Italia per la prima volta solo oggi e racconta la storia di Mike Esposito (John Aprea), un sarto che si ritrova nella difficile posizione di lavorare per la malavita nonostante la sua evidente e giusta avversità al loro stile di vita. Mentre i legami con il boss locale Don Piano (John Capodice) si fanno sempre più complicati e il figlio Sammy (Christopher Amitrano) rischia di diventare un criminale, Mike cercherà di chiudere definitivamente i rapporti senza rimetterci la pelle. Nel corso del film non pochi siparietti provano ad arricchire questa trama fin troppo lineare e prevedibile che nel cercare di fare l’occhiolino ad alcuni titoli di riferimento perde la sua anima e si trasforma in un racconto freddo e scarsamente omogeneo sia in toni che in ritmo. I tanti finali e il continuo bisogno di sottolineature dimostrano da parte di Perri una certa inesperienza come storyteller nonostante la sua enorme esperienza nell’industria cinematografica. Sharkskin risulta infatti ingenuo nella messa in scena ed amatoriale nella tecnica fino al punto di mettere in dubbio l’ostentata ufficialità del prodotto. A quanto pare il film è stato distribuito in patria ed in Inghilterra su Amazon Prime, mentre in Italia ancora non è chiaro il suo destino nonostante le fin troppo alte aspettative del regista che, avendo accompagnato il film al Fantafestival, è stato accolto a visione conclusa da un pubblico genuinamente in imbarazzo.

91THjVbbmHL._SL1500_Fondamentalmente questo Sharkskin per l’autore è un vero prodotto di cuore, un desiderio che parte addirittura da un vecchio corto mostrato al maestro ed amico Martin Scorsese il quale lo ha poi spinto a realizzare un lungometraggio (bisogna però chiarire che il regista di Taxi Driver non figura in nessun modo nel progetto e questi retroscena ci vengono raccontati da Don Perri stesso). Gli eventi del racconto evocano vicende realmente accadute alla famiglia del regista durante gli anni ’40 ed è proprio in questo periodo che il film si svolge cercando di ricrearne l’estetica con scarsissimo risultato. Se da una parte intenerisce il tentativo di costruire un prodotto che richiami un certo cinema di genere, dall’altra lascia del tutto indifferenti soprattutto considerando la poca cura con cui è stato confezionato. Sharkskin è girato in digitale con una Red Camera 5K ma Perri dimostra di non trovarsi mai veramente a suo agio con questa tecnologia, anzi più che altro resta colpito esclusivamente dalle possibilità di risparmio che comporta. Per stessa ammissione del regista sono stati vivisezionati moltissimi totali sfruttando le specificità del digitale, ma il lavoro sul frame scalfisce la qualità dell’immagine al punto da risultare fastidiosa alla vista in diverse occasioni e a peggiorare la situazione notiamo sin dall’inizio una fotografia realizzata con un maldestro e pesantissimo uso di color correction accompagnata da un sonoro registrato in presa diretta che sfocia nel ridicolo.

Solo note negative dunque per il disastroso esordio alla regia di Dan Perri. Tutto ciò che troviamo in Sharkskin tradisce le intenzioni ideali del suo autore, mentre i personaggi fanno a cazzotti con i loro interpreti in questo trionfo d’amatorialità gonfiata fino al punto in cui si prende talmente tanto sul serio da perdere anche quel minimo di artigianalità a cui poteva aspirare. Fa dispiacere soprattutto scoprire un caratterista sottovalutato come David Proval interprete a suo malgrado di uno dei peggiori espediente narrativi della storia del cinema di serie z. Con Sharkskin Don Perri firma un film non degno di distribuzione che probabilmente può essere visto e apprezzato per quello che è solo in contesti come quello in cui è stato presentato: il Fantafestival ossia un luogo dove la mediocrità riesce a passare indisturbata e magari anche divertire per la sua involontaria pateticità. Dan, vogliamo continuare a volerti bene, resta ai titoli di testa per noi e per il Cinema.

A seguire vi riportiamo la trascrizione del breve Q&A tenutosi a fine proiezione con protagonista il regista del film.

D- Signor Perri, può introdurci il suo lavoro?

R- Ho iniziato a lavorare negli anni ’70 come title designer, il primo film importante è stato L’Esorcista ed è così che Hollywood mi ha conosciuto. Sharkskin è in realtà una trasposizione di fatti realmente accaduti alla mia famiglia, volevo creare un qualcosa che fosse vicino al cinema degli anni ’40. Per la realizzazione del film infatti mi sono state prestate delle lenti particolari dal direttore della fotografia Conrad Hall che era un mio amico. Il progetto l’ho finanziato io stesso, mi è costato qualcosa come 200.000 euro, ma a quanto pare mi dicono che sembra essere costato molto di più.

D-  Ha scelto di girare il film in digitale o 35mm?

R- Ho girato in digitale, in 5k. Era la scelta meno costosa e più pratica. Non potevo permettermi la pellicola e i processi che richiede. Mi sono trovato molto bene, grazie all’uso del digitale sono riuscito a raddoppiare molti totali per usarli come fossero diverse inquadrature senza alterare la qualità dell’immagine.

D- Il suo film è stato filmato in studio o in esterni?

R- Ho girato nei studio CBS intorno ad Hollywood, ma ho usato anche scene a New York per cercare di ottenere una sorta di continuità narrativa tra i vari spazi.

D- Il passaggio da title designer alla regia è stato graduale?

R- Durante gli anni in cui facevo il title designer e in realtà lo faccio ancora, ho girato molte scene e imparato a gestire gli attori. Mi è sempre piaciuto, quindi ho iniziato a fare piccoli film, trailer come quello di Nightmare 2, la scena dei titoli testa del film The Beaver di Jodie Foster e diversi lavori importanti alla regia della seconda unità. Quindi la transizione è stato molto naturale.

D- Quasi tutti gli attori non sono molto conosciuti. Vengono dal teatro? Come li ha scelti?

R- In realtà quasi tutti vengono dal cinema e dalla tv. Tre di loro sono di italiani e spero di vederli mentre sono qui in Italia. Quando ho fatto il casting volevo più italiani possibili così che potessero essere questi personaggi e non fare finta di essere questi personaggi. Un paio dei miei attori non sono italiani ma sono comunque cresciuti in quartieri italiani in America. Così facendo non ho dovuto veramente dirigerli, perché erano già quei personaggi e quindi li ho semplicemente lasciati andare davanti alla macchina da presa. Ho avuto molto supporto dall’industria, registi con cui ho lavorato come Scorsese mi hanno ispirato ad andare avanti e lui in particolare mi ha aiutato molto con il casting.

D- Il titolo del film è spesso citato dai personaggi. Ciò è voluto oppure è stata una coincidenza?

R- Mentre giravamo le persone continuavano a chiedermi cosa fosse questo tessuto sharkskin, nessuno lo conosceva e io personalmente ho trovato esilarante inserire la gag all’interno del film. Lo sharkskin è un tessuto che negli anni ’40 andava molto inoltre il nome sharkskin (n.d.r. pelle di squalo) evoca anche che tipo di vesti questi “squali da strada” indossavano nella loro vita da criminali. Per me era molto divertente e quindi ho scelto di metterlo più volte possibile.

D- Sa qualcosa all’incirca di una possibile distribuzione?

R- Il film è su Amazon Prime in US e sto cercando distribuzione qui. Penso che possa andare bene in Italia. Sono stato contento di vedere che oggi durante la proiezione nessuno se ne è andato, siete rimasti anche durante i titoli di coda… è un buon segno.

 

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