Il festival degli animali: Torino Film Festival giorno 1

XXXV Edizione del Torino Film Festivaldi Emanuele Rauco

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La 35^ edizione del Torino Film Festival è dedicata agli animali, in varie forme. Un po’ perché il Museo del Cinema organizza una mostra dedicata agli animali nel cinema, un po’ perché il festival stesso dedica una retrospettiva ai gatti nel cinema, il TFF di quest’anno naviga sul rapporto tra uomo e animale.

È il tema principale per esempio di Va, Toto, film di Pierre Creton presentato nella sezione dedicata ai documentari internazionali, in cui il regista – anche artista e scultore – ha raccontato in modo molto libero tre rapporti psicoanalitici tra uomini e “bestie”: un uomo che sogna di essere schiacciato dai gatti che nutri, una donna che sostituisce con un cinghiale il rapporto madre/figlio, un signore che ha sviluppato una curiosa attrazione per le scimmie. Riprese di differenti formati, voci fuori campo che parlano o recitano in contrasto con le immagini, frammenti che si perdono: si nota che Creton è un’artista plastico perché nel film i singoli attimi e gesti, la cura con cui li realizza, contano molto di più del senso generale, del discorso di fondo. Che pure è in grado di aprire squarci affascinanti sull’”umanimalità”.

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Ma il rapporto con l’animale, con il bestiale, è anche il rapporto con il lato oscuro dell’essere umano: per esempio, il lato ferale e feralmente idiota del potere che Armando Iannucci racconta in The Death of Stalin (in Italia uscirà come Morto Stalin se ne fa un altro), commedia nera e satirica in cui si immaginano i complotti all’interno dei vertici dell’Unione Sovietica quando nel ’53 Stalin morì. Iannucci è il creatore di Veep, una delle più travolgenti comedy tv degli ultimi anni in cui una donna non troppo sveglia diventa vice presidente degli USA: in questo film mantiene lo humour nonsense, lo arricchisce di sfumature fredde e acri e riesce nel miracolo di equilibrare la tragedia della Storia (la tirannia del comunismo) con la farsa della politica.

E a proposito di lati oscuri, Hollywood ne ha parecchi, ma James Franco pone l’attenzione su uno dei più divertenti e paradossali: Tommy Wiseau, polacco che si finge della Lousiana e dal passato misterioso, che in virtù della passione per il cinema e la recitazione ha realizzato quello che è considerato il Quarto potere dei film brutti, The Room. Un fallimento talmente spettacolare da diventare un cult mondiale che Franco racconta in The Disaster Artist, divertente film biografico ma anche interessante indagine sul rapporto tra ossessione artistica e incompetenza, un mix tra Effetto notte ed Ed Wood, capace di rendere affascinante e tenera una figura molto discutibile come Wiseau.

Tralasciamo il film d’apertura, Ricomincio da me in cui il Richard Loncraine del Riccardo III con Ian McKellen si è dato al romanzetto tv, tutto melassa, anziani e malattie, scritto e realizzato al grado 0. Fuori dalla tv pomeridiana, un film che non ha molto senso.

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